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Falcone e Borsellino, uccisi da chi? Il Csm toglie il segreto

Falcone e Borsellino, uccisi da chi? Il Csm toglie il segreto
23 maggio
18:36 2017

Frasi retoriche sulla mafia oggi si rincorrono e si accavallano. Ogni anno il 23 maggio, le frasi fatte sulla mafia sono sulla bocca e sulla bacheca di tutti. La mafia continua a essere reputata l’unica e vera responsabile di quegli attentati. Ma le anomalie che fanno parte di questa e altre indagini purtroppo fanno pensare che Falcone e Borsellino siano stati uccisi da uomini dello Stato corrotti. Sappiamo bene, grazie ad esempio a pm come Nino Di Matteo, che la trattativa stato mafia è esistita ed esiste. Ci sono libri, articoli, documentari che citano di questa “relazione” mai smentita dallo stesso ex Presidente della Repubblica Napolitano.

Mancavano pochi minuti alle 18. Sono bastati pochi secondi per uccidere Falcone quel 23 maggio del 1992, periodo in cui, oltretutto gli italiani cominciavano a conoscere Tangentopoli una delle prime avvisaglie di un grave malattia di cui tutt’oggi la nostra classe dirigente soffre, una malattia cui finora non si è trovata una cura che ha fatto passare i nostri cari politici in maniera indenne dalla prima alla seconda repubblica.

Falcone era ad un passo dal diventare Direttore della Procura Nazionale Antimafia, nonostante avesse tutti contro. Sarebbe stato pericoloso: uno che vuole combattere la mafia, avrebbe rotto le scatole a chi avrebbe trattato con la mafia se lui avesse ricoperto un ruolo cosi` importante. Si sapeva che quel tratto di autostrada era pericoloso e nonostante fosse possibile, si decise di non trasportare il giudice in ospedale in elicottero “perché era troppo costoso”.
Anche su Borsellino il governo non ha mai preso posizioni. Ci hanno depistati per anni, dando per buone le confessioni di Vincenzo Scarantino. Già nel 1999 l’avvocato Pietro Milio denunciava le irregolarità e le stranezze dei verbali di Scarantino mediante interrogazione ai Ministri della Giustizia e dell’Interno.

Come scrivono i giornalisti del Fatto, Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza: Borsellino è stato ucciso perché stava indagando, formalmente, sulla trattativa Stato-Mafia. La conferma arriva dal ritrovamento di un fascicolo assegnato a Borsellino in data 8 luglio 1992 (11 giorni prima di essere ucciso…) in cui viene fuori l’ufficialità dell’indagine e i nomi delle persone coinvolte. Nomi pesanti. Nomi di capimafia. Nomi di politici. Nomi di esponenti dei servizi segreti…. [In piena stagione stragista, a metà giugno del ‘92, un anonimo di otto pagine scatenò fibrillazione e panico nei palazzi del potere politico-giudiziario: sosteneva che l’ex ministro dc Calogero Mannino aveva incontrato Totò Riina in una sacrestia di San Giuseppe Jato (Palermo). Una sorta di prologo della trattativa. Su quell’anonimo, si scopre oggi dai documenti prodotti dal pm Nino Di Matteo nell’aula del processo Mori, stava indagando formalmente Paolo Borsellino. Con un’indagine che il generale del Ros Antonio Subranni chiese ufficialmente di archiviare perché non meritava “l’attivazione della giustizia”.]

La Corte Costituzionale, avrebbe dovuto dichiarare incostituzionale la legge che prevede la distruzione di quelle intercettazioni di qualche tempo fa tra l’ex Ministro Mancino e il Quirinale senza che queste fossero state portate alla conoscenza delle parti che sono pm, avvocati e parte civile. È lo stesso fratello di Borsellino a chiedere l’impeachment per il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che ha chiesto l’immunità, «Sì, chiedo l’impeachment – disse – perché a mio giudizio si sta frapponendo alla ricerca della verità sulla morte di mio fratello Paolo».

L’uccisione di Falcone e Borsellino rientrano nell’orbita di intervento della Cia. L’esplosivo di Capaci, azionato dall’ordinovista Rampulla, proveniva da uno dei depositi Nasco, controllati dalla Cia” e non da relitti bellici.

Falcone nel marzo del 1991 stava indagando su 10 milioni di dollari, scomparsi nel passaggio fra un conto cifrato e l’altro, sull’asse italia-svizzera un passaggio che secondo notizie provenienti da Mosca si riconducono al riciclaggio.

[Il procuratore generale di Mosca, Valentin Stepankof, racconta ad alcuni magistrati italiani che la mafia siciliana ha stretto solide alleanze con le famiglie cecene in Russia. I ceceni sarebbero incontrastati padroni del crimine organizzato a Mosca. Il primo ad avvertire la pericolosità di ciò che stava avvenendo, dice Stepankof, fu Giovanni Falcone. Negli ultimi due anni, dal 1989 al 1991, si svolsero colossali operazioni finanziarie fra l’Italia e la Russia. Ingenti capitali affluirono verso Mosca: una Moskow-Connection, sulla quale Falcone voleva vedere chiaro. Attraverso investimenti pilotati dai ceceni e i meccanismi usati dal Pcus per finanziare i partiti fratelli, milioni di dollari viaggiavano verso Lussemburgo e Svizzera grazie ad alcune società italiane. Con quali canali? Sicuramente assai riservati, necessariamente complessi, difficili da controllare anche per le autorità sovietiche. Le indagini sui finanziamenti sovietici ai partiti italiani percorrono una pista che, stando ai fatti, non s’incrocia in nessun punto con l’attività di Giovanni Falcone. Non la lambisce, non la suggerisce. Ma i soldi arrivavano in Italia ed erano tanti.

C’era un conto in Svizzera, intestato ad un uomo insospettabile. Erasmo Ionta, il sostituto procuratore che si è occupato del caso Moro, racconta l’incontro di Stepankof con Falcone a Roma…vi erano in corso indagini sui finanziamenti della Cia e del Pcus a movimenti e partiti italiani.

Falcone sapeva che sarebbe stato ucciso da uomini di potere. Per il primo attentato all’Addaura il congegno ad orologeria applicato ai candelotti di esplosivo scomparì nel nulla ma non solo… Falcone,  ricorda D’ Ambrosio amico e collega, era molto preoccupato per la telefonata fattagli da Andreotti pochi minuti dopo il ritrovamento dell’ esplosivo. I due ancora non si conoscevano. Per riassumere il suo pensiero su quella telefonata, Falcone disse: ‘ Se vuoi conoscere il mandante di un omicidio, guarda chi manda la prima corona’.

Sempre più elementi, come la presenza di agenti dei segreti italiani nelle varie stragi e omicidi (su alcuni dei quali vige il segreto di Stato), ormai fanno intendere che per quei massacri la mafia siciliana di Riina è stata solamente il braccio armato di un  potere politico “deviato” che oggi sopravvive, forse più forte di prima.

Intanto il Csm, a distanza di 25 anni, ha deciso di togliere il segreto a tutti i faldoni contenuti nel caveau di Palazzo dei Marescialli.

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