Partanna, 25 anni fa moriva la “picciridda”. Alla commemorazione Don Luigi Ciotti

PARTANNA. Sono passati 25 anni dal quel giorno che decretò la morte della “picciridda”. Rita Atria, simbolo della lotta alla mafia, dopo l’uccisione di Paolo Borsellino, a cui aveva “confidato” molti dettagli della famiglia mafiosa di Partanna a cui apparteneva, si suicidò. Era passata una settimana dalla strage di Via D’Amelio. Aveva perso tutto e non si sentiva più protetta.

La commemorazione dell’ anniversario della morte di Rita, giovane collaboratrice di giustizia, è avvenuta in maniera molto umile e discreta. Nella giornata del 27 luglio, all’interno del cimitero comunale di Partanna, paese dove Rita nacque e crebbe, si sono riunite numerose associazioni e delle più alte cariche civili e militari; presenti infatti erano il Prefetto e il Questore di Trapani, il Comandante provinciale dei Carabinieri, e naturalmente il Sindaco di Partanna e l’arciprete della locale Chiesa Madre. L’ospite d’eccezione, è stato Don Luigi Ciotti, presidente di “Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie”, il quale nel suo discorso ha ricordato che “Rita deve essere vissuta da viva e non da morta, attraverso il nostro impegno e la nostra responsabilità a fare una memoria viva!” L’evento si è concluso con la lettura di una preghiera dedicata a Rita e con la benedizione di Don Gucciardi sui presenti. (Michele Simplicio)

 

Rita Atria era “picciridda”. Una giovane testimone di giustizia, una donna di soli 17 anni che benché fosse cresciuta all’interno di una famiglia di stampo mafioso e con una cultura omertosa, aveva dentro di se il germe dell’onestà. Sensibile ma non fragile, piccola ma matura, aveva colto gli aspetti più significativi di quegli ambienti che fetono di soprusi. Un ambito in cui si muore, dove la dignità fa rima con prepotenza, dove l’onore e il rispetto nascono non dalla stima ma dalla paura e dal bisogno, dove il condizionamento è forte, così forte che non se ne esce vivi. Rita, nonostante l’uccisione del padre e del fratello, poteva trarre vantaggi da quella sua posizione, poteva diventare una donna “rispettata”, a cui il “pane” non sarebbe mai mancato, ma a lei quell’ambiente faceva schifo. Rita ha fame di giustizia e ha scelto la dignità quella vera, quella che non nasce da ricatti o minacce, ma quella propria delle persone che valgono per quel che sono. Dall’incontro con Paolo Borsellino, Rita consentì agli inquirenti di fare molti progressi nelle indagini relative ai fenomeni mafiosi di Partanna, Sciacca e Marsala. Rita, voleva un mondo migliore e la sua eredità è stata raccolta, oggi da tante persone che come lei combattono la mafia fuori e dentro di se…come Giuseppe Cimarosa, cugino di Messina Denaro, presente alla commemorazione, e che tempo fa ha spinto il padre a diventare collaboratore di giustizia, o ancora i coniugi D’Agostino che lottano contro l’occultamento della verità sull’uccisione del figlio poliziotto che stava indagando sul fallito attentato dell’Addura e che aveva salvato la vita a Falcone. A Rita si uniscono tante altre persone note e meno note. Oggi, a distanza di 25 anni, anni in cui si sono susseguiti troppi errori nelle indagini sulla mafia, uno dei modi per onorare le vittime è far emergere la verità. Una verità che è sequestrata dal segreto di Stato e soffocata da tanti uomini che vivono di una falsa coscienza civile senza dimenticare, come scrisse Rita che “la mafia siamo noi ed il nostro modo sbagliato di comportarsi”. (A.M.)

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