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Calatafimi e quell’impianto a Biomasse a pochi km dai Comuni del Belìce

Calatafimi e quell’impianto a Biomasse a pochi km dai Comuni del Belìce
02 novembre
18:46 2017

È di un impianto a biomasse il progetto presentato dalla società romana «Solgesta», lo scorso mese di maggio, al Comune di Calatafimi. L’impianto produrrà biometano ed energia, il primo per essere rivenduto e la seconda per “nutrire” l’impianto. Ridotte, dichiara l’amministrazione comunale (che ha sposato il piano), saranno le emissioni in atmosfera, a cui si accosta il recupero e il riutilizzo dei prodotti secondari ottenuti. L’impianto, come ha spiegato l’ingegnere Angelo Mistretta, capo dell’Ufficio tecnico comunale, è «all’avanguardia» con una valorizzazione della gestione dei rifiuti «in linea con le direttive regionali ed europee».

Il 12 ottobre scorso, l’Amministrazione comunale, per sondare gli “umori” dei calatafimesi, ha organizzato, nella biblioteca, un incontro pubblico. Peccato, però, che l’incontro si sia tenuto solo allo scadere dei 90 giorni utili previsti per il cosiddetto «silenzio assenso». Il dubbio di molti cittadini, che avevano già notato dei “movimenti sospetti” nell’area di Gallitello, era ed è quello che lì possa nascere un inceneritore camuffato sotto falso nome. Già nel 2012 e nel 2014, infatti, vi erano stati dei tentativi, da parte di altre società, di far nascere impianti simili, in ultimo quello di un gassificatore bloccato poi in seguito alle proteste delle associazioni ambientaliste. A interessarsi della vicenda, è stata Valentina Palmeri, parlamentare regionale del Movimento Cinquestelle, la quale a luglio ha presentato una richiesta d’accesso agli atti all’Assessorato dell’Ambiente. Dalla richiesta all’effettivo conseguimento di copia dei documenti richiesti, sono passati ben 2 mesi.Un “particolare” che ha fatto destato ulteriori sospetti. Non di poco conto sono i pareri dei tecnici ai quali la Palmeri si è rivolta, i quali hanno confermato l’ambiguità della struttura ( nota politica letta durante l’incontro).

All’incontro di giorno 12 ottobre, oltre a Mistretta, hanno relazionato il sindaco Vito Sciortino e l’ingegnere Alessandro Daneu, rappresentante della «Agatos Energia», partner del gruppo Enel e che si occupa di «energie alternative», tra cui gli impianti eolici. La «Agatos» è socia di «Solgesta» – con capitale sociale di 10mila euro nata solo nel 2017 e tuttora inattiva – e di altre due società nate da poco tempo e anch’esse inattive. Tutte, come è stato anche chiarito, con «finalità di scopo». All’interno dell’impianto, hanno sostenuto, verrebbe trattato solo l’organico a basse temperature: procedura che eliminerebbe la formazione di diossine. Stando alla relazione accompagnatoria, però, le temperature previste oscilleranno tra 600 e i 1200 gradi. È ovvio che l’interesse primario delle società, benché dichiarino il progetto di pubblica utilità, non sia quello di risolvere il problema dei rifiuti, bensì perseguire l’obiettivo di creare un combustibile a minore emissione di anidride carbonica, tramite la trasformazione dell’organico in fibre che verranno poi gassificate per il recupero di energia. «La potenzialità dell’impianto è di media di 420 tonnellate al giorno di materie prime che potranno essere rappresentate anche da rifiuti organici, per complessivi 130mila tonnellate all’anno», di cui solo 60 di organico. L’impianto sarebbe anche autorizzato a ricevere carta, plastica, gomma e cartone. E ciò perché è possibile che, per errore, si possano trovare quantitativi, anche poco rilevanti, di queste materie tra l’organico trattato: si tratta, come ha spiegato Daneu, «di una misura preventiva finalizzata a giustificare la presenza di altri materiali all’interno dell’impianto». Non ha trovato ancora risposta il motivo per cui sia stata chiesta l’autorizzazione per accogliere ben 70 mila tonnellate di altre materie, ovvero una quantità elevata e superiore a quella prevista per l’organico (60). La nostra redazione, presente all’incontro, aveva chiesto se fosse stata richiesta l’autorizzazione per il CDR (ossia il combustibile da rifiuto o ecoballe e altri tipi di rifiuti, compresi i materiali misti, prodotti dal Trattamento Meccanico dei Rifiuti in discarica) e proprio l’ingegnere Daneu aveva negato. Esso è però presente nell’elenco così come gli altri materiali misti.

L’impianto, tuttavia, come ha spiegato l’ingegnere Mistretta è assolutamente “all’avanguardia” con una valorizzazione della gestione dei rifiuti “in linea con le direttive regionali ed europee”.
Il trattamento, ha spiegato l’ingegnere Daneu, si avvale di tecnologie di digestione anaerobica a cui è associato il processo di gassificazione per la parte fibrosa rimanente. La sostanza organica proveniente da scarti animali o vegetali viene stabilizzata (ossia perde la fermentescibilità) mediante la mineralizzazione delle sue componenti, con la produzione finale di acqua e anidride carbonica. Questo porterebbe a non produrre più metaboliti e a consumare ossigeno. Il “biometano” prodotto da questo tipo di sistema, che è stato definito più puro, in realtà si differenzia dal metano per una componente pari al 4 per cento del totale poiché è costituito dal 96 per cento da metano.

Da quanto si legge dalla relazione “Gli impianti anaerobici sono caratterizzati da reattori chiusi quindi non vi è rilascio di emissioni gassose maleodoranti in atmosfera come invece avviene durante la prima fase termofila”.

Tecnici, progettisti e amministrazione dicono però che l’impatto ambientale sarà bassissimo quasi nullo.
Un argomento non adeguatamente approfondito nella relazione è anche la presenza delle ceneri pesanti (circa 20.000T in totale annuo) raccolte dagli impianti di depurazione dei fumi, post gassificazione, ne si fa cenno alle ceneri leggere che potrebbero essere immesse in atmosfera.
L’amministrazione però, fiduciosa, ha espresso parere favorevole alla compatibilità urbanistica per la costruzione ed esercizio del nuovo impianto con capacità produttiva di 600 sm/h, e l’ha dato il 13 settembre in riscontro alla conferenza di servizi decisoria in forma semplificata e modalità asincrona (non necessità del parere ambientale), condizionandolo al «rispetto e alla tutela dell’ambiente e del paesaggio rurale circostante», alla garanzia «del reclutamento del personale tra i residenti di Calatafimi», alla pulizia delle strade extraurbane e alla fornitura di biogas da destinare alle auto comunali con una riduzione del cinquanta per cento sul prezzo medio di mercato e che la  Solgesta si occupi della realizzazione e manutenzione della strada di accesso, che l’umido venga smaltito senza costi per l’amministrazione (la Solgesta ha risposto invece che garantirà un ribasso di circa 50 euro a Tonnellata ovvero un conferimento a 70 euro invece di 120 attuali con un risparmio di circa 40 mila euro contro i probabili 150 mila euro che il Comune incasserebbe dall’impianto pubblico di compostaggio dell’Ex Ato Tp1 se fosse realizzato). L’impianto viene quindi visto, dall’amministrazione comunale, come una opportunità non solo economica ma come panacea per lo smaltimento dei rifiuti in Sicilia.

L’impianto accoglierà, infatti, non solo i rifiuti del Comune di Calatafimi ma anche dei comuni delle province di Palermo e Agrigento e Trapani. Un impianto tra i più grandi in Europa diversamente da quanto affermato dall’amministrazione comunale e che ha un valore pari a 30 milioni di euro, finanziato per il 70 per cento dalle banche e per il resto da privati anonimi.

Cadono nel dimenticatoio anche quelle “motivazioni” sollevate dalle associazioni ambientaliste anni fa per l’impianto che doveva nascere nella stessa area ossia che l’impianto, è crocevia di rotte di uccelli migratori e se l’area in prossimità del tratto del fiume Freddo, in corrispondenza dello svincolo autostradale per Gallitello (dove viaggeranno gli autocompattatori – in media si stima almeno 40 al giorno-  carichi di organico e altro, nonché i camion carichi di bombole per il biometano)  è interessata da esondazioni e soggetta a rischio sismico. C’è da chiedersi chi, in caso di un disastro ambientale, si occuperà del ripristino dei luoghi dato che la Solgesta ha un capitale sociale abbastanza esiguo.
Durante l’incontro molte sono state le perplessità espresse anche dall’ex presidente del consiglio Lanza che vede l’impianto come un cambio di rotta dell’amministrazione che stava andando verso una specifica direzione sul tema dei rifiuti (strategia Rifiuti Zero) e stava puntando al centro di compostaggio e al centro comunale di raccolta (finanziato con decreto recentemente) presentati durante la precedente amministrazione Ferrara.
Molti cittadini hanno lamentato la poca trasparenza e il pressoché nullo coinvolgimento in una decisione così importante per il territorio e la salute dei cittadini, così come che il parere venga dato da un’amministrazione definita “delegittimata”, in vacatio di consiglio comunale e quindi senza un indirizzo politico e un controllo dell’operato della giunta.
Alcuni hanno anche chiesto di fare un referendum popolare prima di dare approvazione, “idea” che è stata declinata.

Intanto la stragrande maggioranza di Istituzioni e cittadini dei paesi vicini è all’oscuro di quanto sta avvenendo, nonostante la zona in cui dovrebbe sorgere l’impianto si trova al 12 km da Salemi, 14 da Partanna, 7.2 da Gibellina e 9,6 da Vita e 21 da Castelvetrano.

In tutto ciò poco importa se quasi tutte le società  indicate nella relazione, idonee a ricevere le varie tipologie dei rifiuti prodotte nelle varie fasi di produzione siano coinvolte in indagini anche di mafia (Elenco)

Il 20 ottobre arrivà anche la nota 

di Massimo Fundarò, Presidente dell’associazione Ecò (candidato nella lista Cento Passi)   

a cui segue il 27 ottobre la nota politica Gruppo Politica & Valori

Il 26 ottobre 2017 l’Amministrazione Comunale tenta di fare chiarezza e inoltra una nota (a replica anche della nota del presidente Ecò, Fundarò): 

Come molti già sanno, il parere del Comune non è vincolante, ma rappresenta uno dei 27 richiesti dalla società titolare del progetto direttamente per il tramite Dipartimento Regionale dell’Acqua e dei Rifiuti. Questo parere, squisitamente tecnico, riguarda l’aspetto urbanistico e l’assenza di vincoli sull’area interessata dall’impianto in progetto. A corredo di questo parere tecnico, il Comune ha espresso anche un parere discrezionale “subordinato”, che prevede come condizione imprescindibile l’assenza di qualsiasi impatto ambientale negativo.

Richieste di chiarimenti, emerse a seguito di ulteriori approfondimenti tecnici voluti dall’Amministrazione Comunale e dalle forze politiche che la sostengono, riguardano prevalentemente la quantità ed il ciclo di lavorazione delle 70 mila tonnellate di altri rifiuti che si aggiungono alle 60 mila di organico, unico rifiuto originariamente prospettato ai componenti della Giunta Municipale. Tecnologia e processo già utilizzati in un altro impianto in corso di realizzazione alla periferia di Milano che già gode della piena approvazione di Legambiente

Il progetto, per ciò che concerne la produzione di Biometano con il conferimento di organico, infatti, mette praticamente d’accordo tutti. L’Amministrazione Comunale, convinta prima di chiunque altro del fatto che sia necessario fare chiarezza al fine di eliminare qualsivoglia perplessità, ha assunto la decisione, condivisa dalle forze politiche, di avvalersi dell’autorevole intervento dell’associazione ambientalista “Legambiente”, alla quale è stata richiesta una consulenza tecnico-scientifica con riguardo alla sostenibilità ambientale dell’impianto così come previsto in progetto. 

Registrata la disponibilità dell’esponente regionale della predetta associazione, alla stessa è stata inoltrata formale istanza in data 23/10/2017.
Non appena in possesso del parere di Legambiente, l’Amministrazione avrà cura di convocare la cittadinanza per illustrarne le conclusioni.”

Dubbi dell’Amministrazione che sono emersi solo dopo l’incontro coi cittadini e dopo aspre polemiche sui social network. Come è possibile che l’amministrazione si sia accorta solo dopo settimane che vi erano 70 mila tonnellate di rifiuti? Eppure era scritto nella relazione! Inoltre l’impianto citato nella periferia di Milano è solo è uguale solo nella parte di digestione anaerobica, non gassifica le fibre ed è di soli 35 mila tonnellate. Ricordiamo inoltre che le “osservazioni” dell’associazione Legambiente non costituiscono un “obbligo” di verifica dell’attinenza progettuale alle norme vigenti che ricade invece nella responsabilità dell’Enti.

 

 

 

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