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“Li Partannedda”: dominatori incontrastati, banditi impuniti

“Li Partannedda”:  dominatori incontrastati, banditi impuniti
20 novembre
16:33 2017

Nell’800 banditismo organizzato, criminalità spicciola, associazioni mafiose imperversarono in Gibellina e si può ben dire che, più o meno, sia come attrice che come vittima ne fu interessata tutta la popolazione. Delitti orrendi si consumarono in questo periodo: delitti contro la proprietà e contro le persone, delitti rimasti per il 99 per cento regolarmente impuniti. Una lunga serie di misfatti durata sino ai giorni del terremoto del Gennaio 1968, con la sola eccezione per il periodo che va dal 1923 al 1944.

Nell’articolo precedente vi ho parlato di Salvatore Ponzio, detto “Pilusu” e in questo articolo di questi primi del’800 la truce storia di “Li Partannedda“.

Il barone Auteri di Palermo, proprietario del feudo “Ravanusa” affidò ai Di Lorenzo, intesi, “Partannedda”, la coltivazione e l’amministrazione del feudo. Erano costoro sei fratelli: Mario (1804), Giuseppe (1806), Rosario (1809), Luigi (1810), Gaetano (1812), Vito (1816), poveri nel senso più esteso della parola, dotati di una torva, profonda ignoranza e privi del più piccolo residuo di umana dignità.

Con questi ingredienti: povertà, ignoranza, mancanza di dignità, feudo e con il valido aiuto di un garzone tutto fare, un certo Greco di Piana degli Albanesi, formarono una temibilissima e spregiudicata associazione a delinquere. I furti, le rapine, gli abigeati, le minacce e il rifiuto costante di pagare le spettanze al barone, proprietario del feudo, cominciarono a rendere un patrimonio che si irrobustiva sempre più. L’organizzazione criminosa che controllava ormai una vastissima zona circostante al feudo, si avvalse anche dell’apporto e dell’aiuto di losche figure racimolate un po’ dovunque; le più fortunate di costoro riuscirono ad avere la loro misera ricompensa e squagliarsela, altre invece, si buscarono coltellate nello stomaco.

Ormai, i “Partannedda” erano potenti ed incontrastati dominatori, e continuavano ad arricchirsi con sempre maggiore avidità; ai vecchi e tradizionali modi di delinquere ne aggiunsero un altro più raffinato e meno faticoso: come buoni padri di famiglia, pensarono di cominciare a portarsi il lavoro a casa e così, con convenienti quanto false proposte di affari, con inviti favorevoli e segretissime compre, indussero ed attirarono sprovveduti malcapitati, alle famose “case di Ravanusa“, dove cominciava la contrattazione. Ad affare fatto o quasi, la parola d’ordine: “Vitu, camìa lu furnu” Vito, che era il più giovane e che, per tale sua specifica attività, era chiamato “don Vitu ‘u patruni di lu ‘nfernu”, preparava il forno e mentre il malcapitato ospite si distendeva al pensiero di una succulenta pietanza, un altro dei fratelli, si poneva nella posizione più adatta, per tramortire l’ospite con una potente mazzata in testa. Depredato di ogni avere, ancora agonizzante, il poveretto andava a finire nel grande forno infuocato. Assieme al fumo denso e acre, poco dopo, dalla ciminiera, puntata verso il cielo come un grosso cannone, usciva l’anima bruciacchiata e bestemmiante dell’infelice avventore.

Così i “Partannedda” da poverissimi che erano, nel 1870 possedettero: i feudi di “Spizzeca, Volta la Falce e Casuzza” dell’agro di Monreale; “Rosignolo” agro di Calatafimi; “Cinnerato” agro di Mazara del Vallo. Erano padroni ancora di 5000 pecore, 2000 vacche, 1000 capre, 200 buoi per lavori agricoli, 50 tra muli e cavalli ed ebbero alle loro dipendenze più di 200 operai tra pastori e braccianti.

Tratto da “Addio Gibellina” – Luglio 1977 di Leonardo Cangelosi

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