Storia di un bandito della valle del Belìce, Salvatore Ponzio, detto “Pilusu”.

Telegramma di Stato con precedenza assoluta:
Dal Comando Stazione Carabinieri Gibellina al Ministero Interni

ROMA

OGGI CARABINIERI GIBELLINA ET ALCAMO DOPO CRUENTO CONFLITTO IN LOCALITÀ’ “QUARTARARO” HANNO UCCISO IL BANDITO SALVATORE PONZIO DETTO “PILUSU” PUNTO CADAVERE TROVASI CIMITERO GIBELLINA A DISPOSIZIONE AUTORITÀ’ GIUDIZIARIA PUNTO SEGUE AMPIA RELAZIONE STOP

IL COMANDANTE TENENZA ALCAMO

Finiva così quella che per le regie autorità era stata una costante ed assillante preoccupazione. Lo stato aveva inviato da tempo funzionari e militari di indiscusse qualità.

Una lotta all’ultimo sangue.

Sulla spalliera posteriore abbassata di un traballante autocarro del regio esercito, attraversava lentamente il paese il cadavere del famoso “Pilusu” circondato da carabinieri armati di tutto punto. Si chiudeva così la parentesi su un fatto criminoso, ma restava apertissima un’altra parentesi su una più importante questione di costumi, di rapporti umani e di correttezza. Esaminiamo le tappe principali di queste storie:

Ponzio “Pilusu” svaligia un negozio di alimentari sito in via S. Sala in Gibellina di proprietà di una sua cugina. La refurtiva gliela trovano in una casa di campagna in contrada “Acqua bona”. Da questa scoperta: denunzia e latitanza.

“Pilusu” decide di espatriare ed incarica per la preparazione del piano una grossa eminenza paesana, certo Pirlo che rappresenta la propaggine locale del grosso boss di Castelvetrano dott. JON-AL; al Pirlo, Ponzio consegna quanto ricavato dalla vendita delle sue povere proprietà.

Passa del tempo e Pilusu si insospettisce. Il sospetto diventa indiscutibile certezza quando riceve la confidenza di un amico: “Bada che Pirlo e JON-AL ti hanno fregato i soldi e ora cercano di eliminarti”.

“Pilusu”, una sera, uccide Pirlu mentre sta per rientrare nella propria abitazione, in via Roma. Poco dopo cerca di raggiungere Castelvetrano per trattare allo stesso modo il dott. JON-AL. Sulla via di Castelvetrano incontra due finanzieri che gli chiedono la tessera di riconoscimento. Pilusu li prega di lasciarlo andare ma le due guardie insistono, sono irremovibili. Pilusu estrae la pistola e li uccide. Ormai per lui è finita, è un condannato senza speranza.

Pilusu uccide ancora, prima un certo “Bono” suo fratellastro a Santa Caterina; poi, alla stazione di Partanna un altro suo “amico” un certo “Ippoto”. Si difende così: uccidendo.

Nel suo vagabondare di latitante trova molti amici sinceri, ma non tutti. Tra i suoi amici ce n’è uno sordido e truce, si chiama “Catu”. Un giorno il “Catu” viene indiziato e fermato per l’omicidio di una donna avvenuto dentro la galleria di Salaparuta. I carabinieri propongono un baratto: consegnare Pilusu in cambio della incriminazione per omicidio e Catu accetta.

Catu da un appuntamento a Pilusu; si incontreranno al calar del sole in una certa casa di campagna in contrada “Quartararo”. Catu lo attende davanti quella casa piena di carabinieri, pronti a far fuoco appena aperta la porta. Pilusu arriva a poche decine di metri da quella casa e si ferma, si insospettisce, decide di tornare indietro quando i carabinieri si precipitano fuori, sparando. Pilusu fugge, quelli lo inseguono sparando con i loro moschetti e lui risponde con la sua pistola in modo tale da sconsigliare assolutamente le forze dell’ordine a continuare l’inseguimento. Ed infatti desistono.

Catu si sente perduto, afferra svelto la sua doppietta e corre inferocito, per le scorciatoie a lui ben note, con la determinazione di conquistarsi la promessa immunità sacrificando l’amico ed anche per legittima difesa, ormai.

Lo sorprende, da una trentina di metri gli spara addosso due micidiali colpi di lupara. Pilusu fugge ancora.

Poi stanco e sfinito si acquatta in un avvallamento vicino ad una rigogliosa macchia tipica del mediterraneo. Ormai è notte. Le due fucilate dell’amico gli hanno spezzato il braccio destro e qualche pallettone è penetrato nel torace. Attende ancora, attende con la pistola nella mano sinistra: quell’amico verrà. Ma non venne nessuno… nè i carabinieri per salvarlo, nè l’amico per finirlo. Pilusu perdeva molto sangue. Si uccise.

Tratto da “Addio Gibellina” – Luglio 1977 di Leonardo Cangelosi

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