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Amore e morte, storia dei fidanzamenti nei primi del ‘900

Amore e morte, storia dei fidanzamenti nei primi del ‘900
12 dicembre
17:30 2017

Mentre nell’uomo la rispettabilità e l’onore si commisurava con la sua disponibilità finanziaria, donde, poteva ben dirsi che onore e rispettabilità risiedessero nel portafoglio, per la donna le cose cambiavano un pò, ma non troppo. Anche per lei l’onore era qualcosa di molto materiale e sede naturale di esso era la vagina.

Oggi, le cose sono molto cambiate. Prima, la suocera correva di buon’ora a portare il caffè alla nuora dopo la prima notte di nozze, ma soprattutto andava per constatare di persona, per vedere il sangue della purezza e dell’onore.

Si parlava sottovoce di mestruazioni, di gravidanza e parto; argomenti che non si trattavano affatto alla presenza di signorine, di zitelle o di familiari inferiori ai ventuno anni.

Mentre gli uomini, specialmente la sera, si riunivano e passavano il tempo giocando a carte nei vari circoli o “casini”, le donne stavano tappate in casa. Dopo una giornata, molte volte non poco faticosa, le vecchiette facevano la calza, le mamme rattoppavano un pò di tutto e le giovani cucivano e ricamavano quello che sarebbe stato il loro corredo di spose.

L’occasione buona per scendere in piazza col viso incipriato e col vestito della festa, specie per le ragazze da marito, a volte incipriate eccessivamente, era la messa della domenica. Fra due ali di uomini, vestiti anche loro a festa, le donne a fine messa ritornavano alle loro case. Molte si sarebbero riviste dopo una settimana.

Fidanzarsi costituì, per molto tempo, un problema difficile e un impegno irreversibile, nel senso che alla ragazza non restava altro che sposare quel fidanzato scelto dagli altri o restare zitella.

Una ragazza “sparlata” (e si sparlava per molto poco allora!), era destinata a restare nubile oppure, caso raro, sposava un estraneo, uno che non era del paese. E’ chiaro però che non tute le ragazze che sposavano un estraneo erano “sparlate”. La ragazza fidanzata era considerata una ragazza diversa, nel senso che era già stata guardata “con intenzione” da un uomo e nessun altro l’avrebbe più cercata per sposarla.

Le ragazze, per lo più, subivano il matrimonio che era sempre combinato dai genitori. Quelli dello sposo, prima di affrontare i genitori della sposa, ne parlavano magari col ragazzo, per cui, mentre per quest’ultimo la sorpresa della decisione era relativa, per la ragazza era sempre una sorpresa bella e buona, alle volte tanto sgradita.

Considerato bene il pretendente era preferibile dire di sì, volente o nolente, diversamente cominciavano una serie di guai che andavano dalle schioppettate alla finestra, ai danni in campagna fino all’omicidio. Capitava di più, alle volte: che qualcuno chiedeva in matrimonio una ragazza segretamente pretesa da qualche altro, amore tanto segreto che lo conosceva soltanto il pretendente! Quel qualcuno, moriva rapidamente con un bel colpo di lupara, senza rendersi conto di niente. Ciò comportava un ritardo, anche di anni, al fidanzamento col segreto pretendente che, così facendo, cercava di allontanare ogni sospetto per quanto riguardava il delitto. Tardi anche, ma non raramente, arrivava però la vendetta dei familiari del primo morto. Restava la vedova alla quale rimaneva solo il lutto stretto da portare fino alla tomba e spesso qualche figlio da allevare. Quest’ultimo, riceveva l’incarico a tempo opportuno: restituire la schioppettata a chi o ai discendenti di chi lo aveva, molto tempo prima, reso orfano.

Catene di delitti. Altre volte, invece, il rifiuto della sposa o dei genitori di lei, veniva considerato offesa grave che comportava una certa presa di posizione del respinto: lui avrebbe sposato un’altra, avrebbe messo su famiglia e non avrebbe mai permesso a quella tale … di sposarsi! Erano continue schioppettate alla finestra dell’ex pretesa, ad ogni tentativo o sospetto di un suo fidanzamento.

Si racconta di un tale che, per sessanta anni di seguito, non fece che sparare alla finestra di una donna che non aveva voluto sposarlo. Ad 80 anni suonati, con la poliartrite reumatica deformante ed un Parkinson incipiente, si fece sorreggere ed accompagnare da due dei suoi nipoti e così, fatti un centinaio di metri con lo schioppo in mano, andò a sparare ancora alla finestra della sua ex, ormai vecchietta anche lei.

Poco dopo l’ultima prodezza, il vecchietto morì ed alla vecchietta, ormai libera da quell’incubo che era durato tutta la vita, si presentò l’occasione per vendicarsi, a modo suo, di tutta quella serie di angherie. Così, poco prima che il feretro del suo persecutore, con tutto l’accompagnamento, passasse davanti alla sua casetta, lei, sì proprio lei, prese il coraggio con una mano e con l’altra afferrò un pitale pieno di urine e lo versò dalla sua finestra nel bel mezzo della strada, un attimo prima che vi passasse il funerale.

Amore? Odio? Dominio inconscio di istinti primordiali, ancestrale inquinamento morale, grettezza, ignobiltà.

Nella classe della “mastranza” (commercianti ed artigiani) problemi del genere si affrontavano, si ragionavano e si risolvevano senza conseguenze e strascichi noiosi.

Fra i professionisti invece, spuntava la lettera anonima, con minacce, corna e raffigurazioni pornografiche varie. Due famiglie continuarono a scambiarsi questo tipo di lettere per lunghissimo tempo. Ognuna delle due, era perfettamente a conoscenza della provenienza e continuarono a scriversene ed a disegnarsene di tutti i colori e di tutte le dimensioni come i due più “affettuosi amici” di questo mondo. Incredibile, eppure… solean così passare il giorno.

Tratto da “Addio Gibellina” – Luglio 1977 di Leonardo Cangelosi  

(I testi di Cangelosi sono riproposti per rivalutare la sua figura e per avvicinarci con lo giusto spirito al 50 anniversario del terremoto belicino di cui fu testimone e scrittore. Chiunque sia in possesso di informazioni sullo Cangelosi può mettersi in contatto con la nostra redazione)

 

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