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Il museo della preistoria al castello di Rampinzeri è realtà

Il museo della preistoria al castello di Rampinzeri è realtà
15 ottobre
09:40 2018

Il museo della preistoria al castello di Rampinzeri è realtà. L’esposizione permanente dei reperti preistorici, protostorici e paleontologici del territorio di Santa Ninfa, ospitati nelle sale al primo piano dell’antico baglio secentesco di proprietà del Comune, è stata inaugurata ieri pomeriggio dal sindaco Giuseppe Lombardino e dall’assessore regionale ai Beni culturali Sebastiano Tusa.

La struttura museale, al secondo piano del castello, ospita varie collezioni, per un totale di 150 reperti esposti. I manufatti litici sarebbero attribuibili, come è stato chiarito dagli studiosi dell’Università di Ferrara che conduce uno studio specifico, nel corso della conferenza che ha preceduto l’inaugurazione, ad un ominide del tipo Homo heidelbergensis, che popolò l’Europa tra i 600 e i 200mila anni fa.
Il museo accoglie anche collezioni sul Paleolitico superiore (Epigravettiano finale) di Mondura e Monte Castellaccio di Santa Ninfa, oltre a vari reperti paleolitici provenienti da varie località del trapanese.
Di indubbio valore la collezione protostorica che raccoglie i materiali pervenuti grazie al Gruppo Archeologico di Santa Ninfa che operò nel territorio belicino negli anni Settanta. Tra i reperti esposti si può ammirare lo splendido cratere frammentato a ceramica geometrica incisa della facies proto-elima presente sui Monti di Gibellina (Monte Castellaccio e Monte Finestrelle di Santa Ninfa).

Notevole poi l’attingitoio dell’Eneolitico (età del rame) rinvenuto all’interno della Grotta di Santa Ninfa e sicuramente strumentale ai riti religiosi legati al culto delle acque.

Alla cerimonia inaugurale il sindaco Lombardino ha manifestato particolare entusiasmo «per il completamento del polo museale diffuso sul territorio santaninfese, comprendente, oltre al museo della Preistoria, anche il museo dell’emigrazione e il museo Cordio, per una offerta culturale di altissima qualità».
«Sono veramente lieta – ha commentato dal canto suo l’assessore alla Cultura Linda Genco – di aver contribuito fattivamente alla realizzazione di un progetto in cantiere da diverso tempo. La conoscenza della nostra storia è fondamentale anche al fine di comprendere che nulla è scontato ma che ogni cosa è frutto di secoli di impegno, lavoro e sacrificio da parte di chi ci ha preceduti. Abbiamo il dovere di preservare tutto ciò che abbiamo ereditato per donarlo a chi verrà dopo di noi».
All’incontro che ha preceduto la visita guidata all’esposizione hanno partecipato anche il soprintendente ai Beni culturali di Trapani, Riccardo Guazzelli; il direttore del Parco archeologico di Segesta, Rossella Giglio; Carlo Peretto, Marta Arzarello e Sandro Caracausi, dell’Università di Ferrara; l’archeologo Antonino Filippi. A moderare l’incontro è stato Biagio Accardo. A chiudere gli interventi l’assessore regionale ai beni culturali Sebastiano Tusa, l’archeologo che ha istituì il gruppo di lavoro, coordinato dallo stesso, che ha proceduto  all’inventariazione e allo studio dei materiali storici.

La scoperta. I reperti esposti al neonato museo della preistoria (nella foto alcuni tra i più raffinati) possono contribuire a scrivere una nuova pagina della ricerca archeologica.

Perché testimoniano la presenza di ominidi (il cosiddetto homo heidelbergensis), nel territorio dell’attuale bacino del Fiume grande, risalenti a circa 300mila anni fa. Una ipotesi sorprendente, sulla quale gli studiosi che da anni analizzano l’industria litica (da lythos, ossia pietra) sono sempre stati cauti, come è giusto quando si è seri scienziati non adusi agli annunci spettacolari. Per decenni, infatti, sui reperti preistorici rinvenuti negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso nel territorio, si sono formulate ipotesi caute: nel 1990, ad esempio, Sebastiano Tusa avvertiva che i reperti potevano essere stati trasportati da un altro luogo, oppure che avrebbero potuto essere frutto di uomini portatori di una tecnologia più arcaica vissuti in epoche meno tarde. Adesso, invece, il quadro è cambiato e si può ben dire che tutta la vallata tra Salemi e Santa Ninfa fu abitata ben prima del neolitico, di cui è ad esempio testimonianza la necropoli sicana di monte Finestrelle. E siccome nelle scoperte c’è sempre qualcuno che ha più meriti degli altri (per intuito, per impegno), nella vicenda dei reperti preistorici adesso in mostra a Rampinzeri, un merito particolare ha colui che per primo li ritrovò e seppe riconoscerli: Biagio Accardo. Senza la sua passione e senza il suo impegno, il museo della preistoria non sarebbe nato, né, tantomeno, si sarebbero avviati gli studi che hanno portato agli esiti ricordati. Accardo ha seguito amorevolmente il lungo percorso che ha portato alla nascita del museo, di cui può essere considerato il padre nobile.

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