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Partanna: Paulaner fest al Roadhouse Cafè

Partanna: Paulaner fest al Roadhouse Cafè
07 novembre
21:50 2014

Domani sera, il Roadhouse Cafè, di via Trieste, proporrà una serata a tema, protagonista la birra bavarese  Paulaner. Per l’occasione, si potranno gustare ottimi panini con porchetta e naturalmente bere la birra Paulaner Hefe Weissbier.

La tradizione della fabbrica più famosa di birra bavarese si chiama Paulaner. L’origine delle doppelbock, tipiche della Germania meridionale, viene fatta risalire ai monaci italiani dell’ordine di San Francesco di Paola (da qui il nome Paulaner) ospitati durante la Controriforma dall’Elettore di Baviera, così chiamato per il diritto che aveva, con gli altri suoi pari, di eleggere l’imperatore. I monaci cominciarono a produrre birra nel 1634, destinata a sostenerli come un “pane liquido” durante il periodo quaresimale. Raggiunsero in breve eccellenti risultati, tanto che la Corte di Baviera nel 1780 concesse loro di vendere quella birra resa scura e forte da una quantità superiore (doppel, cioè doppia anche se in realtà non era proprio così) di malto (bock). Alla loro birra i monaci diedero il nome di Salvator, ma con l’invasione napoleonica perdettero la proprietà della fabbrica che venne prima requisita e poi venduta ad un privato che la trasformò in Paulaner-Salvator-Thomasbraü, oggi più semplicemente Paulaner Brauerei. Da questi cenni storici, si evince come i maestri birrai dell’Europa, debbano la loro arte anche all’influsso esercitato da confraternite provenienti dalla Calabria. Non si sa con esattezza dove sia nata la prima birra: c’è chi parla di Mesopotamia, chi di Egitto, chi di isole Orcadi, chi addirittura di Malta. Ma è più verosimile che il fenomeno della fermentazione sia stato scoperto casualmente in diverse parti del mondo più o meno nello stesso periodo. Differenti però sono stati i modi di sviluppare la bevanda, sia ai tempi dei greci che dei romani. Ma fu nel medioevo che la birra divenne protagonista soprattutto per merito dei monasteri, che operarono un decisivo salto di qualità nella produzione introducendo nuovi ingredienti, tra i quali il luppolo. In tempi più remoti per l’aromatizzazione della birra si usavano svariati tipi di erbe, spezie o bacche, oppure si ricorreva addirittura a misture vegetali, la più famosa delle queli era il gruit. Anche le suore avevano tra i loro compiti quello di fabbricare la birra, che in parte destinavano al consumo dei malati e dei pellegrini. I monaci paolani, in possesso di segreti appresi nella loro terra di origine e tramandati successivamente, furono gli artefici della nascita di una delle più grandi fabbriche di birra tedesche ancora esistenti. Con molta probabilità lo stesso San Francesco, deve aver assimilato e sperimentato gli effetti terapeutici del frumento e di altre erbe curative per le sue guarigioni miracolose, che crescevano nei luoghi dove il frate dimorava, e in particolare nei pressi del torrente Isca. Niente di più facile che tra le sue misture per alleviare le sofferenze, ve ne fosse anche una a livello primordiale simile alla birra. Questa ipotesi potrebbe essere suffragata dalle testimonianze sulla vita di San Francesco. Una di queste riporta dell’incredulità dei medici, del loro scherno nei confronti del frate che pretendeva di curare mali gravissimi con le erbe dei fossi bollite insieme a ceci, oppure con due fette di pane bagnato con aceto o spezie, o con poche fragole selvatiche. Uno stregone? Un “homo erbarius” venuto a conoscenza chissà come dei poteri medicinali di certe piante? E’ certo – lo dicono alcuni testimoni – che le stesse erbe usate da Francesco in mano ai medici si rivelano inutili. Tra queste erbe sicuramente poteva esserci il luppolo come ingrediente della birra, le cui proprietà terapeutiche erano ben conosciute. Si potrebbe dire allora che fu San Francesco un involontario scopritore della birra? Potrebbe anche darsi, vista la diffusione dell’arte tramandata ai monaci paolani del ’600. Molto famosa in Germania dov’è tra le regine dell’Oktober fest, in Italia viene consumata soprattutto nelle regioni del nord, in particolare nei pub dell’Emilia Romagna. Ironia della sorte a paola invece è poco consumata, e nella stragrande maggioranza dei casi, nei locali non viene servita. E pensare che la Salvator-Paulaner ha sull’etichetta delle bottiglie il volto di un monaco francescano.

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