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Belìce ’68, la rabbia di Mastro Turiddu il falegname

Belìce ’68, la rabbia di Mastro Turiddu il falegname
14 gennaio
17:30 2018

<<NON T’ARRABBIARE, LA VITA É BREVE, MORIR SI DEVE>>.

Così aveva scritto a grandi caratteri su una parete della sua bottega di falegname Mastro Turiddu “Farinaro”, ma non sappiamo se se ne sia ricordato al momento opportuno e quanto questo ricordo lo abbia aiutato. In paese lo consideravano un po’ “filosofo” comunque sicuramente intelligente, con una discreta cultura generale e una buona preparazione professionale. Era sempre pronto alla polemica ed al dibattito. Oggi lo si considererebbe un radicaloide, un contestatutto.

Che la vita fosse breve lo hanno affermato sempre tutti: i giovani senza crederlo, gli adulti con la speranza che non sia vero, i vecchi con la matematica certezza che è proprio così.

HO sentito raccontare di una ottantenne la quale ai parenti intimi che la esortavano a non preoccuparsi di niente, a vivere tranquilla e serena, ed a considerarsi dopotutto fortunata per essere arrivata ad una sì veneranda età: rispondeva: “chi vi criditi chi sunnu ottantanni! Na raputa e na chiuduta di finestra!“.

Che si deve morire, non è stato mai messo in dubbio da nessuno. É che, quando questo si pensa o si scrive, ci si riferisce sempre non alla propria, ma all’altrui morte.

Non t’arrabbiare” è un invito consequenziale, anche se, poeticamente, anteposto alle due affermazioni della vita breve e del morir si deve. Ma è un verbo che nessuno è disposto a coniugare e che lo si ripete sempre ben volentieri in seconda persona. É molto più comodo.

Mastru Turiddu non era in fondo diverso da tutti gli altri, ma quando gli capitò sembrò combinato apposta per fargli rimangiare tutta per intero quella frase che anche se la teneva scritta in bella evidenza sul muro della sua bottega, non era stato proprio lui ad inventarla. Al momento delle prime scosse telluriche, mentre tutti si apprestavano più o meno velocemente a lasciare il centro abitato, lui prese la sua irrevocabile decisione: “non si sarebbe mosso da casa sua per nessuna ragione al mondo“.

Abitava con la sorella in piazza Santo Eligio, all’inizio della via Salerno. La sua stanzetta da letto, a pianterreno, era un po’ come poteva essere la tomba del faraone dentro la piramide: nella parte più interna, al centro dell’intera costruzione ed equidistante da tutti gli spigoli e gli angoli dell’intero fabbricato.

Era una stanzetta senza finestre, linda e pulita, come scavata nella roccia e dava un senso di sicurezza, di solidità e tranquillità.

Con l’ultimo terrificante sussulto, su Mastro Turi cadde una vera e propria piramide di macerie e lui restò sepolto vivo, nella sua stanzetta ancora intatta, linda, pulita.

“Non ti arrabbiare, la vita è breve, morir si deve”. Chissà quanti e quali pensieri su quella frase!

Non fu assolutamente possibile raggiungerlo prima di dieci giorni: lo trovarono disidratato, come autocombusto, disteso nel letto con ancora una certa rigidità cadaverica in atto. Sarebbe bastato, per salvarlo, raggiungerlo qualche giorno prima. Chissà quanti pensieri in quella stanzetta!

“La vita è breve”, d’accordo, ma è un po’ troppo breve. “Morir si deve”, sì però c’è modo e modo. “Non t’arrabbiare”, è una parola! Tutti e dieci i polpastrelli scarnificati delle mani testimoniarono la sua rabbia.

 

Testo tratto dal libro “Addio Gibellina” di Leonardo Cangelosi, 1977.

 

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