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Belìce ’68: Annamaria, la sposa tra le macerie

Belìce ’68: Annamaria, la sposa tra le macerie
14 gennaio
16:30 2018

Quando, dopo le preghiere della sera, il buio rimpicciolisce l’orizzonte, i pensieri, le angosce, le preoccupazioni si dilatano. Diventano invocazioni e grida senza suono, proiezioni di sentimenti alimentati dalla fede e dalla speranza che fendono l’etere e dilagano per il mondo a ciascuno caro, in cerca di un segno, di una piccola prova, di un quasi nulla, sufficiente però a dar pace all’anima in pena.

Se fosse stato possibile per un attimo percepirli con i nostri sensi avremmo visto un fascio vivido di amore e tenerezza solcare il cielo rimbalzare sulle macerie, frugare in tutti gli anfratti… ed avremmo distintamente udito un grido alto e possente provenire dalla baraccopoli di Campobello di Mazara e dirigersi decisamente sui ruderi del vecchio paese distrutto…

Annamariaaa… Annamariaaa…

É una madre che cerca la figlia della quale non sa più nulla dal momento della catastrofe. Annamaria, 18 anni, sposina da pochi giorni, sarebbe dovuta partire Lunedì 15 Gennaio per Torino e stabilirvisi definitivamente perché il suo giovane sposo lavorava là alle dipendenze della Fiat. Sarebbe stato quello il suo viaggio di nozze. Annamaria viveva il suo sogno ad occhi aperti. Era felice.

Ai primi sussulti della terra il padre corse in casa dei suoceri della ragazza dove sapeva di trovare la figliola, il genero e tanti amici e parenti invitati al pranzo di commiato. La pregò di venir via, di scappare, di mettersi in salvo assieme a tutti gli altri, ma nessuno dei tanti che c’erano, s’era reso conto del dramma che precedeva di poco la rovinosa tragedia. Rinunciarono.

Stai attento.. Se mi fai morire questa figliola…” disse il padre al genero,ed era nello stesso tempo una minaccia, un invito a proteggere la sua diletta e un presagio, un triste presagio.

Il padre con la moglie ed altre due figliole più piccole si allontanò dal paese, andò a finire nella tendopoli di Campobello. Di Annamaria e compagni, nessuna notizia. E nella tendopoli attesero per giorni e giorni. “Erano usciti dal paese, li avevano visti tutti assieme“. Quella voce, anche se non li tranquillizzò completamente, attenuò l’angoscia per quel lungo silenzio.

Dopo cinque giorni, arriva una macchina alla tendopoli di Campobello, ne scende una ragazza che si avvicina ad un folto gruppo di persone in attesa di notizie ed inopinatamente, senza accorgersi che c’è anche quella mamma, comunica: “Avete saputo? Oggi hanno trovato il cadavere di Annamaria ‘Tartamedda’ e del marito“.

Uno schianto. La povera donna cade riversa a terra tramortita. Starà otto giorni senza riprendere conoscenza, adagiata su una brandina, sistemata alla meglio su un grosso autocarro costantemente assistita da medici e conoscenti. Cosa era successo? Erano davvero andati via dal paese, tutti assieme si erano rifugiati in una grande casa di campagna appena fiori dal centro abitato in contrada Zubbia. Lì li sorprese il cataclisma e morirono tutti. Erano in quindici e non si salvò nessuno.

Il padre di Annamaria, disfatto dal dolore, si precipitò con mezzi di fortuna al cimitero del paese natio per rivederla, per abbracciarla ancora… poi come invasato andò a frugare fra le macerie in cerca di quell’abito con il quale l’aveva vista felice l’ultimo giorno e ritornato al cimitero la rivestì da sposa. Gli restò fra le mani solo una folta ciocca di capelli amorevolmente recisa all’ultimo momento.

Mentre il suo bagaglio, precedentemente spedito, arrivava a Torino, Annamaria scendeva definitivamente nel suo sepolcro con l’abito bianco da sposa. Un abito bianco che odorava d’incenso e che ancora umido di acqua benedetta.

 

Testo tratto dal libro “Addio Gibellina” di Leonardo Cangelosi, 1977.

 

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