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Belìce ’68, la strana storia di Maria Safina

Belìce ’68, la strana storia di Maria Safina
14 gennaio
15:30 2018

Tozza, la faccia rotonda con lineamenti grossolani tendenti al burbero, capelli bianchi, vestita sempre in nero con giacche e gonne abbondanti, vecchissima, ma ancora arzilla e scattante, viveva i suoi ultimi giorni nella casa patrizia dove per anni e anni forse da quando era nata, aveva servito.

Dopo la morte della vecchia padrona, signora Anninnì, i discendenti del casato, che si erano trasferiti e sistemati definitivamente a Palermo, riconoscenti ed affettuosi, avevano permesso alla vecchia domestica di rimanere nella vetusta casa fino alla fine dei suoi giorni.

Alla prima violenta scossa di terremoto di quella fatale domenica del Gennaio ’68, mentre la gente spaventata fuggiva, Maria rimase al suo posto; non aveva senso per lei fuggire: rimase a guardare da dietro i vetri del balcone del secondo piano. Dove andare? E perchè? Restò nel suo piccolo mondo. A sera prese il rosario e recitò le sue ultime preghiere. Più tardi, alle 3:08 circa, quando il movimento sismico raggiunse il suo acme con tremendi sibili, fragorosi scoppi, sordi boati e una densa nube di polvere rese l’aria irrespirabile, Maria era ancora al suo posto. La vecchia casa aveva resistito ed anche Maria.

Ma il suo sistema nervoso ne fu profondamente scosso, il suo equilibrio vacillò. Si udivano grida un po’ dovunque ed un rumore assordante rimbombava continuamente sotto i piedi. Si scoraggiò. Prevalse lo spirito di conservazione e decise di uscire anche lei di casa, di andare fuori dal paese ormai distrutto. Alla fioca luce di un lume, fece per imboccare le scale quando si accorse che queste non c’erano più, le stanze erano ancora intatte, ma la scala era caduta giù: ormai la decisione di uscire era stata presa e doveva andarsene a qualunque costo. La terra continuava a tremare paurosamente.

Corse a prendere dei lenzuoli: sei… sette, li legò per bene, assicurò un capo alla sbarra del balcone e si calò lentamente nel buio, nell’aria fredda, acre e polverosa, nella notte nerissima piena di rumori strani e di urla strazianti.

Non si seppe più nulla di Maria. Non la si trovò tra i vivi e neanche fra i morti. Non arrivò mai in ospedale, né in un qualsiasi altro posto di medicazione, né in un posto di raccolta. Svanì. Restò solo quella sfilza di bianchi lenzuoli legati fra loro che dal balcone del secondo piano scendevano fino a terra. Quella vecchia casa resistette al terremoto, ma Maria svanì nel nulla Chi era Maria? Dov’era nata? Da dove era venuta? Dove era andata? Nessuno mai aveva saputo! Nessuno mai saprà!

Testo tratto dal libro “Addio Gibellina” di Leonardo Cangelosi, 1977.

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