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La vera storia di Cudduredda, miracolo e tragedia simbolo del Belìce

La vera storia di Cudduredda, miracolo e tragedia simbolo del Belìce
14 gennaio
11:15 2018

Nella giornata di Domenica 14 Gennaio viene celebrata la cerimonia inaugurale per il 50° anniversario del Terremoto del Belìce. Per l’occasione, presente il Presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella, per ricordare il sisma che scosse i paesi e i cuori degli abitanti della Valle del Belìce. Il Presidente consegnerà riconoscimenti alle persone che prestarono i primi soccorsi, come Ivo Soncini, che tirò fuori dalle macerie “Cudduredda“, la bambina la bambina sepolta viva che fu salvata dalle macerie, ma che il Terremoto richiamò di nuovo a sé.

Di seguito riportiamo un testo di Leonardo Cangelosi, che con grande emozione racconta la struggente storia di Cudduredda, miracolo e allo stesso tempo tragedia simbolo del sisma belicino.

A nord-ovest, appena fuori dal centro abitato, in ristretto pianoro, sorgevano alcune case di recente costruzione assegnate ai lavoratori agricoli dipendenti. La sera del “Gennaio ’68” tanta gente vi si diresse in cerca di riposo, riparo e relativa sicurezza. Quelle costruzioni davano più affidamento delle altre: erano nuove ed erano state costruite col cemento armato.

Là si diresse anche la piccola Cudduredda insieme al padre e al fratellino. Gli altri componenti della sua famiglia, la madre e un altro fratellino, erano a Palermo, degenti in ospedale. Ma il sisma, nel suo iperbolico susseguirsi, investì e distrusse anche quelle costruzioni; anche quelle case si frantumarono e rovinarono addosso a tutta quella povera gente. Grida, invocazioni, suppliche, come dappertutto.

Chi potè fuggì; molti rimasero feriti e semisepolti; qualche volenteroso restò a prestare aiuto, a disseppellire e salvare gli sfortunati compagni. “Jaco” Randazzo si prodigò fino allo sfinimento e, lordo di fango, di sudore, di sangue e di brandelli delle povere vittime, lavorò incessantemente salvando parecchia gente e tirando fuori dalla macerie morti e feriti, finchè le forze gli vennero meno. I feriti vennero avviati negli ospedali funzionanti al di fuori della fascia sismica; anche i morti furono portati via e quel posto restò deserto. In quel disordine generale ed in preda alla paura, nessuno avanzò ipotesi e sospetti. Così la piccola Cudduredda rimase sola, seppellita in un nido di pietre.

Noi insegniamo ai bambini che il mondo in cui viviamo è un mondo d’amore ed i bambini lo accettano e lo credono con tutta la purezza. Non è ipocrisia la nostra: è desiderio di amore, di quell’amore che vediamo, ogni giorno di più, rarefarsi, di quell’amore nel quale anche noi abbiamo tanto creduto. É speranza, speranza che finalmente prevalga questo sentimento, è certezza che le nostre creature si trovino ben preparate a questo mondo migliore che vogliamo e che aneliamo.

La piccola Cudduredda vede venirle addosso la casa, ma quelle grosse pietre, quei muri, quei pesanti e spigolosi blocchi di cemento con grovigli di fili di ferro, nemmeno la scalfiscono. Le si sistemano attorno formando una piccola volta e lasciandole uno spazio sufficiente: un nido perché possa ancora vivere, riposare, dormire e sognare. Sognare le sue piccole cose, quelle moltissime cose delle quali è pieno il mondo dei bambini. Niente di straordinario per la piccola Cudduredda: non poteva essere che così nel suo mondo d’amore!

Viene il giorno di domenica e poi la notte e poi un giorno ancora. Sono tante, tantissime ore! Cudduredda ha sete, ha fame, ha freddo. Come mai nessuno viene a cercarla? Ha paura, chiama i suoi cari. Niente è impossibile per una bambina e poiché tutto è possibile, non resta turbata per ciò che è accaduto, ma per quello che non accade: come mai non la cerca nessuno? É spaventata, terrorizzata e in questo momento la piccola Cudduredda muore.

Il lunedì sera una squadra di pompieri la localizza sotto le macerie, procede alacremente al recupero e la estrae. Un pompiere la porta in braccio verso una macchina in attesa sulla vicina strada, la piccola guarda distratta tutto e tutti, poi via di corsa in ospedale a Salemi. “É perfettamente illesa” dicono i medici e lei guarda in silenzio, seria tutt’intorno. “Non ha nemmeno una scalfittura! Un miracolo!” dicono tutti, ma non sanno. Da Salemi a Villa Sofia a Palermo, Cudduredda abbraccia la mamma che piange, che trema, che ride. “É sana, non ha niente!” ripetono anche a Palermo ed anche loro non sanno. Lei continua a guardare, con disinteresse, uomini e cose, pronuncia solo qualche monosillabo. É alimentata con le flebo e lei sempre serena, ma assente, svuotata…

Poi, dopo quattro giorni senza una smorfia e senza un sorriso, con compostezza chiude gli occhi per sempre. Sono tutti commossi e addolorati, piangono. Ma non sanno che la piccola Cudduredda è morta tanti giorni prima; è morta quella sera quando nel suo nido di macerie ha sentito freddo, fame, sete e non ha visto venire alcuno in suo aiuto. Allora s’è sentita cadere addosso, con violenza, il suo mondo di bambina fatto di amore, solo d’amore. Certamente quella sera un angelo pietoso avrà preso per mano quell’anima pura e l’avrà portata con sé.

Mentre attorno ad un letto d’ospedale nessuno di quanti vollero renderle omaggio poté trattenere le lacrime, lassù, negli stupendi giardini del paradiso, la piccola Cudduredda giocava a girotondo, angelo fra gli angeli.

 

Testo tratto dal libro “Addio Gibellina” di Leonardo Cangelosi, 1977.

Laureato in Scienze Storiche a Roma, prosegue i suoi studi a Milano focalizzandosi sul Medioevo siciliano e mediterraneo. Curioso ed estroverso, amante dei libri e appassionato d’informatica, ha concretizzato la sua passione per i viaggi e le lingue collaborando con Rome2rio, azienda australiana specializzata nella pianificazione di viaggi. Adora ascoltare musica in lingua siciliana e suona il sax-alto.

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