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Quel giorno, 14 Gennaio 1968

Quel giorno, 14 Gennaio 1968
08 gennaio
14:00 2018

14 gennaio 1968. Di buon mattino c’è già una certa animazione per le strade del paese. È domenica e oggi si vota per il rinnovo del Consiglio Comunale. I seggi elettorali, vigilati per tutta la notte dai Carabinieri si aprono alle ore otto. I candidati locali, con loro piccolo staff, sono già all’opera; arriva qualche rappresentante politico provinciale a dar man forte ai rappresentanti del partito, a consigliare e suggerire tutte quelle operazioni di stimolo e di recupero da attuare. Col passare delle ore, il traffico aumenta: capannelli, discussioni, un po’ dovunque. In fin dei conti una giornata diversa, una giornata che vale la pena vivere per intero, intensamente.

Sorrisi, sottaciuti consensi, occhiate diffidenti, fac-simile porti quasi sottobanco. È la politica dei piccoli paesi dove tutti si conoscono. Si vota. Le donne, finita la messa, fanno ressa davanti ai vari seggi elettorali, attardandosi a discutere con amiche e parenti; gli uomini, indaffarati, fanno il loro giro per le sezioni, chiedono notizie, ritornano nei rispettivi circoli, si rianimano con qualche caffè e poi di nuovo in giro.

A nessuno passa per la testa che questo giorno potrebbe essere l’ultimo come effetti lo è. L’ultimo giorno di vita della vecchia, cara Gibellina. È l’ultimo giorno anche per cento, per di più di cento, gibellinesi che magari s’incontrano tra la folla senza vedersi, oppure si salutano e si danno l’appuntamento per domani. C’è freddo, un freddo secco e pungente: la neve caduta qualche giorno prima s’è indurita nei cartucci più ridossati, ma la mattinata è tersa, serena e piacevole.

Cara Gibellina, vecchio incrostato paese, pieno di muffe ed umidità; architettonicamente scorbutico, dalle rientranze traditrici e dalle sporgenze illegali e prepotenti; dai tetti grigi di terracotta e dai muri rossastri o bianco-calcinacci. Piccolo paese, grande contenitore di tutti i sentimenti di cui è capace l’animo umano. Fedele alle ataviche tradizioni, immutabile nelle abitudini, sordo ad ogni progresso e restio ad ogni novità. Piccolo paese, tanto caro e amato! Forse così povero, angusto e malfatto rispecchiavi meglio che ogni altra cosa le ristrettezze, il disagio, la miseria ma, anche l’orgoglio e l’arrendevolezza, la tenacia e la disperazione, l’umiltà e la prepotenza selvaggia ed anche la remissività di una comunità abbandonata a se stessa, priva di stimoli idonei, apatica ed attendista.

Ore 13:30. Sono tutti a pranzo. Si ode un gran rumore indefinito, un fracasso, come se cento carretti siciliani attraversassero di gran carriera una strada piena di ciottoli, trenta, quaranta secondi in tutto.

Ci si guarda negli occhi interrogativamente, nessuno si rende effettivamente conto di ciò che accade. Si va fuori per strada, c’è un certo nervosismo, si chiacchiera, si cerca di interpretare l’accaduto.

E’ iniziata l’agonia.

L’immagine dell’articolo è un quadro di Giovanni Aiello (1951 – 2015), dipinto in giovane età, vuole rappresentare la sua visione della condizione delle baracche costruite per accogliere gli sfollati del terremoto della Valle del Belìce.

Ore 14:07. Le case ondeggiano paurosamente, in tutte le strade si osserva, fra lo sbigottimento generale, che le costruzioni di destra fanno profondi inchini e traballanti riverenze a quelle di sinistra, e quelle di sinistra fanno altrettanto; è una lugubre “contradanza” accompagnata da profondi boati e scricchiolii terrorizzanti. Cade qualche tetto, qualche cornicione, i muri si lesionano, i mobili modificano la loro abituale posizione, i vetri tintinnano; in qualche casa si accendono le luci senza che nessuno tocchi gli interruttori, luci che non si riesce a spegnere in nessun modo. I primi feriti leggeri cercano soccorso. È chiaro ed urgente che ci si deve allontanare dal centro abitato. Lunghe file di macchine ai rifornimenti e poi via, via comunque. Si chiudono i seggi elettorali; arrivano autorità, il Prefetto, quelli del Genio Civile. La gente continua a sfollare mentre le scosse, ad intervalli più o meno lunghi, non lasciano presagire nulla di buono.

Piccolo, caro paese, tanto piccolo eppure tanto grande ed eroico! Come un vecchio gigante che reca avvinghiato al collo il suo figliolo e che, colpito mortalmente, raccoglie tutte le sue forze per non travolgere nella caduta la sua creatura e programma il suo rovinoso mortale schiantarsi in modo da dare al suo diletto ogni possibilità di salvezza, così questo nostro vecchio paese, scosso furiosamente dal sisma in violento crescendo, resiste al di là di quanto consentono le sue strutture, dando a tutti il tempo e la possibilità di salvezza. I cittadini sono tutti, o quasi, andati via, ma si fermano appena fuori il paese. Comincia un frenetico andare; si cercano amici e parenti, si improvvisano ripari e sistemazioni per la gelida notte incipiente.

Sulle strade per Santa Ninfa, per Salaparuta, per Alcamo lunghe file di macchine e gente che non sa esattamente cosa fare. C’è chi si accorge di avere il vestito nuovo addosso e ritorna a casa per toglierselo ed indossare quello vecchio: una notte all’aperto potrebbe rovinarlo! Qualcuno ritorna a casa a prendere qualche coperta ma, di quelle vecchie e magari rattoppate! Chi va a rifornirsi di soldi o di altro. Un tale si ricorda di non avere chiuso la porta con la chiave e torna: non si sa mai! Un altro ha lasciato la vecchia madre in agonia e deve pur tornare a vedere. Come fare? Cosa fare? Una coppia di sposini non riesce a credere che la vita può finire quando si comincia a viverla e si attarda; qualche altro si rintana nella sua casa e si rifiuta assolutamente di abbandonarla ritenendola più sicura di qualsiasi altro posto; un altro ancora, credendo di poter scegliere tra morire sul suo letto o all’aperto sulla neve, se ne torna tranquillamente a casa.

Il gigante resiste, ma le ferite si accentuano, diventano mortali e la tragedia non tarda. Arrivano automezzi di soccorso e molta gente parte alla volta dei paesi della parte occidentale che risultano fuori dalla fascia sismica. Nelle campagne tra Gibellina e Camporeale spuntano dei piccoli crateri zampillanti una poltiglia grigio-giallastra, qua e là, sorgenti di acqua sulfurea. Dalle montagne tonnellate e tonnellate di roccia precipitano a valle: così al Parco, a Mandria Vecchia e Busecchio; larghe e profonde fenditure si notano nelle Montagnole. Dappertutto un odore acre e disgustoso. Sulle strade si aprono e si chiudono quasi subito delle voragini; molti ponti sono lesionati ed alcuni irrimediabilmente. Un lungo e spaventoso boato, scoppi, bagliori rossastri, crepitii, stridii, tonfi assordanti ed infine un gran polverone che avvolge tutta Gibellina.

E’ la fine. Gibellina non è più. Sono le 3 e otto minuti primi del 15 Gennaio 1968.

Tratto da “Addio Gibellina” – Luglio 1977 di Leonardo Cangelosi

Appassionato di informatica sin da quando era piccolo, gli piacciono i film e le serie Tv Sci-Fi, colleziona manga e fumetti.

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