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Fotoracconti

Fotoracconti
04 gennaio
14:13 2015

Fotoracconti” è il titolo di un progetto letterario, nato dall’incontro di due fotoamatori Giuseppe Cuttone e Mimmo Di Giuseppe, che hanno voluto tradurre in maniera personale, con alcune immagini, i testi di due brevi racconti, degli scrittori Giovanni Piazza e Ninni Prestigiacomo. Otto scatti, quattro per racconto, a corredo di un percorso letterario fotografico attualmente in esposizione, per tutto il periodo natalizio, presso il “Roadhouse Cafè” di Albino Romeo in Via Trieste e che presentiamo ai nostri utenti, grazie alla disponibilità degli autori che ringraziamo.

Il bastone e il vincastro

di Giovanni Piazza

D_1685w racconto Piazza«Sed et si ambulavero in valle mortis non timebo malum quo-niam tu mecum es…». Il latino non gli piaceva proprio tantissimo, a padre Mistretta. Lui preferiva dire le cose nella stessa lingua in cui chiedeva a Ciccio di dare una pulita davanti alla chiesa o a donna Fi-fì, dai baffi a manubrio come Vittorio Emanuele, di andargli a com-prare un rotolo di pasta. Per questo lo innervosiva leggere il brevia-rio in una lingua che non sentiva sua. Concentrarsi sull’Officium Di-vinum, usus antiquior, era già complicato; farlo mentre i vicini gri-davano – e gridavano già da un’ora abbondante – era addirittura impossibile. Già ogni giorno sopportava a fatica il baccano dei mura-tori, che lavoravano da tre settimane proprio nel cortile su cui si af-facciava la sua finestra.

A complicare le cose, quel caldissimo giorno di luglio, anche le voci dei vicini. Non erano chiacchiere di sottofondo, come capitava molto spesso. No, stavolta era una lite vera e propria, furiosa, che non finiva mai. Nessuno voleva cedere. Sembrava quasi che stessero litigando dentro alla sacrestia, perché con la finestra aperta, cosa che d’estate sei costretto a fare specialmente se indossi una tonaca con le maniche D_1649-51w racconto Piazzalunghe, nera e pesante, con la finestra aperta li potresti sen-tire pure quando respirano, i vicini.

Nardo gridava più di tutti. «Qua dentro a quello non ce lo voglio. E se lo vedo passare dalla strada gli spacco le corna». Si alternava con Sasà, che non gli faceva credenza e pure lei si sapeva difendere: «Vai a comandare a casa tua, vediamo se ci riesci o se le corna non te le spacca tua moglie». La conversazione andava avanti così: a ogni frase di Nardo succedeva l’appuntita replica di Sasà. Le poche varia-zioni sul tema erano rinforzate con qualche «minchia» buttata a caso e qualche imprecazione ai santi più famosi, tirati per la tonaca e co-stretti pure loro a vedersi quella lite senza fine. Ogni tanto si sentiva pure la voce di Peppe, che cercava di dare aiuto come poteva a suo fratello Nardo, mentre più raramente arrivava un commento di ma-stro Cola, il padre dei tre litiganti. Si limitava a infilare qua e là un 2 generico «buttana della miseria», giusto per dire qualcosa pure lui, visto che da padrone di casa stava diventando garzone.

D_0016w racconto PiazzaOra, vai a leggere il breviario con quelli che facevano questa lita-nia a tre metri di distanza. Ma neanche se fosse stato scritto in sici-liano padre Mistretta avrebbe capito le parole che gli rimbalzavano sotto agli occhi e non si facevano afferrare. A un certo punto gli ven-ne voglia di affacciarsi alla finestra e tirarglielo in testa, quel brevia-rio. Si limitò però a chiuderlo di scatto, a riempirsi i polmoni d’aria e a restare per qualche secondo con gli occhi chiusi e le mani giunte, con il libro nel mezzo. Poi, lentamente, uscì dalla sacrestia.

«Che abbiamo, mastro Cola?», chiese girando l’angolo del cortile.

«Mia figlia si vuole prendere a uno e ai miei figli non gli piace.»

«È sdisonorato, padre Mistretta», si intromise Nardo, «non è uomo degno di entrare qua dentro.»

Padre Mistretta serrò le mascelle e per la prima volta pensò in la-tino: «Domine, non sum dignus ut intres sub tectum meum». Gli venne quasi da ridere.

«Mii, non è uomo degno di entrare qua dentro e vedere te?», chiese il sacerdote.

«Parrì, suo padre e sua madre si sono lasciati!»

«E lui, mischino, che c’entra?»

«E lui è pure sdisonorato. Vossia che è parrino, uomo di Chiesa, lo sa meglio di me.»

«E tu, Sasà, che dici?»

«Che io a Turi gli voglio bene. E che i miei fratelli devono andare a comandare a casa loro, no a casa di mio padre.»

«E tu, Peppe, che dici?»

«Che mio fratello ha ragione, parrì.»

«E vossia, mastro Cola, che mi dice?»

«Io ai miei figli tutti contenti li voglio. Se Sasà è contenta di pren-dersi a Turi, che è uomo bravo e onesto lavoratore, io pure contento sono.»

«E però non siamo contenti noi», replicò Nardo, facendo due pas-si fino a trovarsi proprio davanti a padre Mistretta. Che non arretrò di un millimetro e gli chiese guardandolo diritto negli occhi: 3

«Ma tu non sei sposato? Non sei uscito dalla casa di tuo padre? Che ci fai qui a dettare legge?»

«Io dico che vossia che è parrino lo sa meglio di me che Turi non è degno di prendersi a mia sorella.»

«Non tocca a te decidere.»

«Si faccia i cazzi suoi.»

D_0027w racconto PiazzaPadre Mistretta portò il braccio destro dietro alla schiena e poi gi-rò tutta la spalla per dare più forza alla mano. Quando lo schiaffo gli arrivò sulla faccia, Nardo cambiò espressione in un attimo. Fu mera-vigliato, perché non se l’aspettava. Fece due passi indietro e andò a sbattere contro il muretto basso del calcinaio, dove i muratori spen-gono a secchiate la calce viva. Perse l’equilibrio e cadde dentro, dise-gnando la sua sagoma nella calce e sollevando fiocchi bianchi. La prima cosa che gli riuscì di fare fu gridare il nome di Peppe. Peppe fece di corsa quattro passetti che si conclusero proprio davanti a pa-dre Mistretta, e gli chiese con la faccia interrogativa:

«Parrì?»

Per dire: ma come, un parrino ora si mette a dare schiaffi? E poi, dove la trova un parrino di sessant’anni suonati la forza di dare que-sti leccasaponi che stordiscono un uomo robusto come mio fratello?

Padre Mistretta pensò che Nardo, non potendo porgere cristia-namente l’altra guancia, gli porgesse quella di suo fratello. E lui, al-trettanto cristianamente, ne approfittò subito. Stesso schiaffo, stessa sensazione di mascella legnosa e di barba mal fatta sul palmo della mano, stesso suono secco, stesse gambe all’aria dopo l’impatto all’indietro col muretto basso del calcinaio. Fiocchi bianchi, la neve a luglio.

«Buon giorno mastro Cola, buon giorno Sasà», disse educatamen-te il pastore di anime.

Tornò beato in sacrestia, proprio come un pastore che è riuscito a riportare all’ovile tutte le sue pecore dopo una giornata di vento e pioggia. Riprese il breviario dal punto in cui lo aveva lasciato ed ebbe quasi l’impressione che il latino gli suonasse un poco più familiare di prima. «Non timebo malum quoniam tu mecum es. Virga tua et ba-culus tuus ipsa consolabuntur me».

Il bambino del 731

di Ninni Prestigiacomo

01w presenze racconto PrestigiacomoIl 731 effettuava la corsa delle 11:30. Il bus era mezzo vuoto e tra una fermata e l’altra salivano più o meno le stesse persone che scendevano. Io ero seduto sul primo sedile alla destra dell’autista. Ero solito sedermi lì, in quel posto, le poche volte che lo trovavo libero. Era una mattina di sole invernale, una di quelle mattine che aiutano il respiro ad essere più fluido e rasserenante, capace di ovviare alle probabili paturnie che avrebbero certo causato una cattiva respirazione.

Leggevo spesso il cartello “Non parlate al conducente”, e tutte le volte che gli occhi mi andavano su quella scritta, non so perché, ma il classico signore di turno, appositamente aggrappato alla barra di chiusura dello sportello che chiude la cabina di guida dell’autista, sentiva l’insostenibile bisogno di discutere col conducente. Poi scotevo la testa e lasciavo trasparire un camuffato sorriso sotto gli occhiali da sole. Quando questo signore scese lasciò il posto ad una donna di seconda età, carica di sacchi da spesa e accompagnata da un grazioso giovanotto con uno zaino sulle spalle. Come il signore di prima, anche questa donna conosceva l’autista e non tardò molto prima di appostarsi proprio sotto il cartello per cominciare a discutere col conducente. D’un tratto, mentre con la mente mi perdevo a guardare dal finestrino, il campanello della fermata risuonò e trasalii dal sogno per ripiombare tra i vivi. Mi attirò la voce squillante del bambino che si rivolgeva, manco a dirlo, all’autista – Ciao Giuseppe,D_0934w racconto Prestigiacomo come stai? – evidentemente si conoscevano – Lo sai che quando sarò grande, farò l’autista come te? Sì, proprio come te! – L’autista lo guardò un istante, poi rispose – Ti piacerebbe veramente?- e il piccolo sorridendo disse – Ma certo, anche mia madre è d’accordo, vero nonna? – e rivolse lo sguardo verso il volto materno della nonna che lo accarezzò alla testa e annuì.

Intanto dalle retrovie qualcosa o qualcuno emanava cattivo odore e non sempre si potevano ascoltare conversazioni rilassanti o rincuoranti.

Negli ultimi posti una ragazza parlava al cellulare in maniera abbastanza alterata, tanto che mi fu inevitabile ascoltare. Intuii che dovesse avere problemi a casa con il padre, di più non saprei dire; qualche posto più avanti due vecchietti discutevano sulla rispettiva pensione e maledicevano la giunta comunale proferendo epiteti che non vale la pena di riportare, ma vi lascio immaginare; nel reparto disabili, doveD_14-13w racconto Prestigiacomo è predisposto lo spazio per l’eventuale carrozzella, si trovava una dolce mamma col suo bimbo rigorosamente seduto nel passeggino; due adolescenti spulciavano un catalogo di moda che commentavano ad alta voce proprio alle mie spalle e un uomo di colore piuttosto silenzioso se ne stava in disparte a fissare le macchine che passavano nella corsia opposta; La signora e il piccolo aspirante autista conversavano ancora col conducente – Giuseppe, Giuseppe, lo sai che mi sei proprio simpatico? – disse il piccolo mentre la nonna se lo stringeva a sé per non farlo sporgere oltre la cabina di guida – Sì – disse il conducente – non vedi che rido sempre? – In effetti non vi avevo fatto caso, ma era sempre imbronciato come autista, il suo umorismo però mi fece sorridere prima di prepararmi a scendere. Ero giunto al semaforo tra via Notarbartolo e via della Libertà, com’è ovvio, il semaforo era rosso e nell’attesa il piccolo disse ancora – Giuseppe, Giuseppe, visto che oggi la mamma tarderà ad arrivare, mi insegneresti a guidare l’autobus? Sono sicuro che la nonna chiederà il permesso alla mamma, vero che glielo chiederai nonna? – e rivolse lo sguardo alla donna che le teneva la mano e versava lacrime sotto gli occhiali scuri – Sì – disse lei – ma soltanto dopo che avrai fatto tutti i compiti! – poi sorrise e lo accarezzò. L’autista che aveva preso a cuore il bambino chiese alla signora che lavoro facesse la mamma del piccolo perché la inducesse a ritardare e la nonna gli rispose – No, Giuseppe, la sua mamma non c’è più, è in cielo e ci guarda da lassù – Il bimbo allora replicò – Sì, ma poi torna, vero nonna? – e la signora disse – Sì, torna, però non dobbiamo farla arrabbiare e dobbiamo fare i compiti –

D_0045w racconto PrestigiacomoUn brivido mi percorse e tutti quei frivoli pensieri che avevo avuto durante il tragitto scomparirono come neve al sole. Scesi dal bus turbato e impietosito e continuai a camminare verso un’altra fermata.

 

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