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Discorso del Sindaco Nicolò Catania alla cerimonia del 50esimo anniversario del Belìce

Discorso del Sindaco Nicolò Catania alla cerimonia del 50esimo anniversario del Belìce
17 gennaio
10:53 2018

Signor Presidente della Repubblica,

desidero farmi voce di tutti i Sindaci e delle popolazioni della Valle, nel ringraziarla  per la sua presenza nel Belice, nel giorno in cui facciamo memoria del terribile evento sismico che 50 anni fa ha sconvolto i nostri paesi e le nostre vite, lasciando segni indelebili nella storia di ciascun cittadino del Belice e ferite ancora aperte nel nostro territorio.

Abbiamo richiesto fortemente la Sua presenza, Sig. Presidente, alla rimemorazione di quella notte di gennaio di 50 fa.

Signor Presidente, grazie per essere qui e se ci permette ben tornato a casa Sua!

Vogliamo inoltre ringraziare per la loro preziosa presenza e vicinanza il Ministro De Vincenti, il Presidente della Regione, unitamente a tutte le autorità politiche, civili e religiose intervenute in questa speciale mattinata particolarmente carica di significato.

Sentiamo di estendere un doveroso, sentito e sincero ringraziamento, al Signor Prefetto della Provincia di Trapani unitamente al suo staff e a tutte le forze dell’ordine, per la proficua e fattiva collaborazione che ci ha fatto sentire una forte presenza dello stato e delle sue Istituzioni.

I familiari delle oltre 300 vittime, i Sindaci, le forze produttive, i giovani del Belice e i belicini emigrati in ogni parte del mondo, hanno voluto fortemente che lo Stato Italiano fosse presente a questa giornata che è certamente di dolore e di memoria ma anche di orgoglio e di speranza.

Ci sono state memorabili giornate di lotta in questi lunghi 50 anni, a partire dalla storica Notte del 1970, immortalata da Renato Guttuso, sulle macerie oggi ricoperte dal grande Cretto di Alberto Burri, in cui gli intellettuali italiani si riunirono sulle macerie ancora fumanti per denunciare alla Nazione e al mondo intero lo stallo della ricostruzione e le condizioni disumane in cui i nostri padri e noi stessi allora bambini eravamo costretti a vivere, in quelli che Leonardo Sciascia definì i lager della Valle del Belice.

La rimemorazione di quegli anni di dolore, lotte e sacrifici, ci rende più consapevoli del dramma che stanno vivendo i cittadini di Amatrice ed Accumuli e di tutto il cratere del terremoto che ha devastato l’Italia centrale: a loro il Belice manda oggi un forte e fraterno  abbraccio e rinnova l’invito a non mollare e credere nel futuro!!!

Oggi il Belice, Sig. Presidente, vuole raccontare il lavoro fatto in questi anni, i sacrifici delle donne e degli uomini, l’impegno sociale, politico e culturale dei giovani che ha consentito quella caparbia e riconosciuta resilienza con cui la Valle è riuscita, non senza difficoltà, ma sempre con grande dignità, a rialzarsi dopo la catastrofe: la ricostruzione edilizia, ancorché del tessuto economico e sociale, oggi ci consente con orgoglio di dire che il Belice non è morto, che il Belice ce la fa, che il Belice AFFERMA la sua Identità di luogo del turismo e della cultura, delle produzioni di qualità e delle sperimentazioni.

Oggi questo territorio, grazie anche a coloro che con enorme volontà e determinazione, hanno scommesso di rimanere ed investire in questa nostra martoriata valle, ha rimodulato l’ossatura portante di una struttura socio-economica e produttiva, i cui contorni sentiamo il dovere di mostrare con profondo orgoglio.

Questa terra oggi vuole mostrarsi agli occhi di chi la osserva un insieme di bellezze naturali e paesaggistiche, di eventi culturali di alto spessore, di beni culturali monumentali e architettonici di rara bellezza, innovative reti museali, rinomati percorsi enogastronomici e di una offerta turistica di alta qualità…occorre semplicemente osservarla con occhi raffinati.

Il rischio immanente è quello di perpetrare azioni che lascino le cose nella trappola di un eterno presente. Noi amministratori di queste comunità, vogliamo quindi fortemente preparare il domani comprendendo la velocità delle cose nuove.

Non di meno, occorre valutare, lontani da approcci semplicistici, che la memoria di un intervento di ricostruzione tanto importante, sostanziale e profondo, non può essere accostato alla sprezzante rilevazione di sprechi che, se assolutamente non negabili e condannabili, rappresentano la strada attraverso cui l’intero Paese ha costruito una nuova cultura del soccorso, della ricostruzione, apprendendo dai propri errori come nessuna rinascita possa prescindere dall’identità. La strada percorsa ha evidenziato le lacune di quei progetti non rispettosi del contesto, insegnando a tutti noi il valore del riconoscimento.

La grande scommessa che ci attende, infatti, è quella di contribuire a valorizzare le nostre risorse, per creare le condizioni affinché i nostri giovani non continuino ad emigrare, ma scelgano liberamente di progettare il loro futuro dando a se stessi e al proprio territorio la possibilità di riaffermare la dignità di un popolo che apprende dalle lezioni di una natura matrigna, che ha sconvolto gli equilibri di un’intera realtà civile, ma che ricostruisce la propria identità proprio su quelle ricchezze e bellezze che la natura, madre sempre benigna, ci dona quotidianamente …

Vogliamo costruire bellezza.

Per far ciò, si rende a questo punto necessario e non più procrastinabile, che lo Stato ci permetta di continuare questo percorso virtuoso, creando tutte le condizioni per sanare piaghe ancora aperte dandoci la possibilità di completare la infrastrutturazione mancante, di realizzare le opere di urbanizzazione primaria che ancora tardano ad ultimarsi, di mettere in sicurezza le aree ancora pericolanti e le zone a rischio idrogeologico, più sinteticamente quello che è stato accertato e fotografato in una recentissima visita ispettiva della XIII commissione permanente del senato della repubblica votato in una risoluzione e più precisamente la 684 del 02/11/2016.

Denunciamo, inoltre,  la quotidiana difficoltà ad amministrare le nostre comunità in quanto costretti ad operare in termini di servizi e manutenzioni su territori, che per scelta univoca dello Stato, sono stati urbanizzati a dismisura rispetto alla popolazione residente realizzando opere che oggi mostrano i segni dei 50 anni trascorsi.

Come se ciò non bastasse, l’aggressione alle risorse dei bilanci comunali a seguito di sentenze e ordinanze emesse dal Giudice, il quale condanna i comuni nel riconoscere al privato cittadino il contributo previsto dalle norme, anche in assenza di specifico trasferimento di finanziamento da parte dello Stato, sta irrimediabilmente portando le nostre amministrazioni verso il sicuro default, amministrazioni che, hanno il solo torto di aver applicato puntuali direttive ministeriali.

Riteniamo, che una grande occasione si è persa nel non valutare positivamente  l’area del Belice “quale area interna sperimentale” nella attuale programmazione comunitaria, cosi come non aver creato le condizioni per perimetrare ed individuare il nostro territorio “zona franca”.

Per realizzare e concretizzare il tutto, gli amministratori di oggi della valle del Belice, non invocano finanziamenti esclusivi, ma avendo già creato gli strumenti necessari, chiedono di concorrere in una concreta e leale programmazione delle risorse esistenti parimenti al resto del territorio nazionale, possibilmente, creando, perché no, le condizioni per una corsia appositamente dedicata, utile a far recuperare quel gap che ancora oggi ci portiamo dietro.

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Oggi e domani il Belice ricorda le vittime e rende omaggio a tutti coloro che in quei giorni di dolore da ogni parte d’Italia vennero a scavare sotto la pioggia e nel fango per darci coraggio e indicarci una via. Tuttavia, sig. Presidente, i nostri cittadini e noi Sindaci nell’interesse di tutto il territorio non possiamo non ricordare allo Stato e al Governo della Repubblica che il Belice è ancora creditore, come ha anche accertato l’ultima Commissione bicamerale sulle questioni della ricostruzione nel 1996, la cui relazione conclusiva da atto del fallimento dell’intervento dello Stato e dello straordinario ruolo di sindaci e cittadini nel portare avanti con un terzo delle risorse date in altre zone colpite da analogo dramma la ricostruzione di interi Paesi.

Mentre si fanno avanti con sempre più preoccupante insistenza i venti della disgregazione e dell’odio sociale, da questa Valle si alza forte il senso dell’unità dello Stato e dell’apertura della società all’accoglienza di tutti coloro che scelgono il nostro Paese come terra in cui realizzare i propri sogni.

Ma questo straordinario senso dello Stato ci rende più credibili nel chiedere alle massime autorità della Repubblica la ineludibile e non più rinviabile necessità che le Istituzioni onorino il loro debito, che non è’ solo economico verso questa terra e verso queste popolazioni.

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