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Le tante e misteriose Stonehenge di Sicilia: nuove scoperte dell’archeoastronomia siciliana

Le tante e misteriose Stonehenge di Sicilia: nuove scoperte dell’archeoastronomia siciliana
30 gennaio
11:30 2018

Quando si pensa ai grandi massi di pietra innalzati migliaia di anni fa dagli antenati degli europei, la mente va subito ai megaliti di Stonehenge, nel Regno Unito, o ai dolmen e l’esercito di menhir di Carnac in Bretagna, o magari per i più fantasiosi i menhir che il forzuto Obelix portava sempre con sè nei fumetti e nei film dedicati ai celti immaginari ma irriducibili contro il predominio romano, Asterix e Obelix.

Ma a cosa servivano queste grandi pietre, trasportate ancora con molti misteri e interrogativi nei luoghi dove sono stati rinvenuti, o scolpite e lavorate sul posto? Secondo ricerche ormai consolidate, i megaliti di tutta Europa, oltre ad una probabile funzione religiosa e mistica, erano stati lì posizionati per una concreta funzione di calcolo del tempo e delle stagioni attraverso l’astronomia.

Lo studio e l’uso dell’astronomia ad esempio serviva ai popoli antichi per sviluppare un preciso calendario per la semina. In altri casi le osservazioni astronomiche erano utilizzate in combinazione con fenomeni naturali ricorrenti, come la migrazione degli uccelli, con lo scopo di determinare con precisione i cicli stagionali. I calendari appaiono di fatto un prodotto universale in quasi tutte le società, poiché forniscono strumenti per la regolazione di molteplici attività, anche non agricole, come feste e cerimonie religiose.

Uno dei migliori esempi siciliani di questi orologi “preistorici” si può ammirare nella Valle dello Jato, che si trova nella Sicilia occidentale nella zona dei Monti Sicani, in un territorio in cui si ritrova la presenza dell’uomo sin dal Neolitico. In quest’area di grande interesse archeologico (dal Neolitico al Medioevo), si è scoperto che il megalite di arenaria presente sul Monte Arcivocalotto, denonimato “U Campanaru” (Il Campanile), fungeva da vero e proprio calendario astronomico.

Il megalite ha forma triangolare (approssimativamente 4 metri di lunghezza, 3 metri di altezza ed uno spessore di 1,5 metri a terra). Al centro della lastra litica è presente un foro artificiale che presenta un diametro di circa 2 metri. Il lato esposto ad ovest è quasi verticale, alla base di esso è stato ricavato un gradino inclinato sul quale è presente un’incisione che rappresenta 4 quadrati concentrici orientati seguendo l’asse del foro.

Per 5000 anni, il 21 Dicembre (ovvero il Solstizio d’Inverno, il  giorno più buio e “corto” dell’anno), il primo raggio di sole del mattino è passato silenzioso e preciso nel foro appositamente scavato, nonostante per millenni fosse stato dimenticato da tutti.

In maniera speculare, dalla pietra forata di Cozzo Perciata (in territorio di Camporeale), si poteva osservare l’alba al Solstizio d’Estate. Purtroppo questo megalite forato, con dimensione simili a U Campanaru, si trova oggi spezzato sulla sommità della collina, poiché una trentina di anni fa fu colpito da un fulmine.

Arcivocalotto (San Cipirello, PA), Alba al solstizio d’inverno (foto: Alberto Scuderi).

Il fenomeno sarebbe rimasto chissà per quanti altri secoli ancora celato, se il professore Ferdinando Maurici, archeologo tra i più prolifici degli ultimi decenni, Alberto Scuderi, vicepresidente nazionale dei “Gruppi Archeologici d’Italia“, e il professore Vito Polcaro dell’Istituto Nazionale di AstroFisica, non avessero dimostrato che non si tratta di un semplice foro naturale in una roccia, ma è opera dell’uomo, per la precisioni di uomini che non conoscevano l’uso dei metalli ed erano principalmente cacciatori-raccoglitori. Un foro appositamente orientato mirando il punto in cui il sole sorge all’orizzonte nel giorno del Solstizio d’Inverno.

Quando 5000 anni fa i nostri antenati scavarono quel foro molte cose erano diverse rispetto ad oggi, ma era già percepito come importante lo scorrere del tempo e la necessità di misurarlo al meglio. I nostri antenati lo misuravano, lo rispettavano e lo celebravano osservando il sole e le stelle. Si potevano così organizzare meglio le attività pratiche, come il raccolto, la caccia, il commercio, ma anche organizzare e fissare le attività religiose e gli eventi e le feste comunitarie.

U Campanaru non è l’unico “orologio astronomico” dei nostri antenati presente in Sicilia. Molte rocce forate presenti nelle campagne siciliane si sono rivelate infatti per quello che sono: un patrimonio archeoastonomico senza eguali in Europa.

La lista dei siti di interesse archeoastronomico è parecchio nutrita: oltre ai megaliti già citati, si segnala Rocca Busambra (PA), con un masso con foro passante orientato anch’esso al tramonto del Solstizio d’Inverno, la cui datazione, però resta incerta. E poi Grotta del Lampo, nel piccolo comune di Pietraperzia (EN), dove è stato identificato un foro nella roccia tramite il quale è possibile osservare sia l’alba del solstizio d’estate e sia il tramonto al solstizio d’inverno.

Grotta del lampo, (Pietraperzia, EN), alba del solstizio d’estate (foto: Liborio Centonze).

Presso Cozzo Olivo, a Gela (CL), è stata identificata nelle vicinanze di un sito dell’Eneolitico-Bronzo Antico un’altra roccia forata con orientamento all’alba del solstizio d’inverno. A Santa Maria di Licodia, in una tomba è stato probabilmente identificato un orientamento esatto di 120-300 gradi, ovvero un orientamento verso l’alba nel giorno del solstizio d’inverno e verso il tramonto al solstizio d’estate. Da citare il Monte Taja, a Caltabellotta (AG), con il suo complesso archeoastronomico tra i più completi del mondo.

Ma è a Custonaci (TP), che troviamo probabilmente la scoperta più sensazionale: non una semplice roccia forata, ma un impressionante monolite a figura zoomorfa (probabilmente un cavallo) tra le cui zampe il sole tramonta nel giorno del solstizio d’inverno.

Custonaci (TP), tramonto al solstizio d’inverno (foto: Ferdinando Maurici).

Nella scelta dei siti e delle rocce da scavare, i nostri antenati furono capaci di calcolare sia l’Azimut – ovvero l’angolo tra un punto e un piano di riferimento delle albe e dei tramonti dei solstizi, ma anche l’altezza sull’orizzonte geografico. Tenendo in considerazione la combinazione di questi due orientamenti e tenendo in considerazione il numero di rocce forate rinvenute, la possibilità che si tratti di eventi casuali (o rocce naturali) sono bassissime se non quasi nulle.

Questi siti costituiscono un patrimonio archeologico spettacolare, unico ed estremamente articolato, che testimonia come nel periodo iniziato quando ancora in Egitto non esistevano le piramidi e compreso tra i 5500 e i 3600 anni fa, i calendari astronomici fossero diffusi in modo capillare in tutta la Sicilia.

L’archeoastronomia, che è una branca della ricerca archeologica relativamente recente, proprio per il fatto di interessarsi di pietre e stelle, ha tradizionalmente attratto gli interessi di tanti improvvisati, cartomanti e astrologi, che però non hanno nulla a che fare con il rigore del metodo scientifico dell’archeologia. Proprio perché le nostre conoscenze in questo campo sono solo all’inizio, solo grazie a un rigoroso e serio studio scientifico di queste strutture potremo comprendere meglio i misteri e la cultura dei nostri antenati che ci hanno preceduto.

Nel frattempo ci si augura di trovarsi – e perchè no, magari organizzandosi appositamente – ad osservare i raggi del tramonto che trafiggono durante il solstizio il gigante di pietra di Custonaci per osservarne la bellezza, ma soprattutto per creare una linea immaginaria che ci riporti indietro nello stesso giorno di 5000 anni fa, per provare le stesse emozioni di chi ci ha preceduto e riunendoci idealmente con i nostri antenati attraverso i millenni.

Laureato in Scienze Storiche a Roma, prosegue i suoi studi a Milano focalizzandosi sul Medioevo siciliano e mediterraneo. Curioso ed estroverso, amante dei libri e appassionato d’informatica, ha concretizzato la sua passione per i viaggi e le lingue collaborando con Rome2rio, azienda australiana specializzata nella pianificazione di viaggi. Adora ascoltare musica in lingua siciliana e suona il sax-alto.

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