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”Tu dicci sì a tutti!” Frasi fatte e modi di dire nella giungla elettorale

”Tu dicci sì a tutti!” Frasi fatte e modi di dire nella giungla elettorale
09 giugno
15:55 2018

Nella fitta giungla cittadina man mano che le elezioni comunali si avvicinano, l’elettore preda prediletta dei candidati viene assalito negli habitat più disparati. Bar, piazze, parrucchierie, diventano i luoghi migliori in cui chiedere il fatidico VOTO.

L’elettore viene predato in gruppo o da solo. Non importa se sia con gli amici o la famiglia, poiché nelle comunità che il 10 giugno eleggeranno il proprio sindaco, ogni posto è quello giusto.

Tra le vie delle tredici città in fermento per l’imminente confronto elettorale, ci si può imbattere in vari predatori di vario tipo ed estrazione sociale intenti a “chiedere” più o meno velatamente il voto per uno specifico candidato della lista, o per il candidato sindaco.

Spesso inoltre, in virtù del discutibile voto disgiunto – ovvero la possibilità di votare il candidato consigliere di una lista e il candidato sindaco di un’altra – si possono riscontrare delle “accoppiate elettorali” davvero particolari, con scelte di voto proposte verso i candidati di una lista, e la preferenza per il candidato sindaco di un’altra.

Numerosi i modi per chiedere un voto a proprio favore. E così tra un caffè e l’altro, o un breve saluto in strada con pacchetta sulle spalle, scatta una delle frasi locali più diffuse, spesso rigorosamente in siciliano, a rimarcare l’intimità e la confidenza tra i due interlocutori: “mpegni nn’ài?”, una domanda con cui si chiede all’elettore amico di rivelare se la sua scelta di voto sia già orientata a qualcun’altro.

Il voto, infatti, in questi giorni diventa l’elemento di un individuo che ha più valore, un prezioso tesoro da custodire con cura e donare solo ai più intimi e degni di fiducia. Il voto come tradizione vuole va infatti dato, in ordine di importanza, prima al parente, poi all’amico e in ultima analisi regalato al conoscente. Per molti una prassi consolidata questa, che esula l’elettore dal votare un candidato per le sue effettive qualità.

Nella ricerca repentina di voti per fare “acchianare” qualcuno, ci si può ritrovare spiazzati nel dover rispondere alla domanda dell’altro interlocutore che chiede: “u putemu aiutare n’amicu?” In questo caso tale messaggio mira a allargare implicitamente il bacino d’amicizia del candidato anche all’elettore a cui viene rivolta la richiesta, il quale nel futuro potrà usufruire dei “favori” del politico (più o meno garantiti o alla peggio promessi), per resistere alle avversità cittadine che la quotidianità non risparmia al povero elettore.

Nell’ultimo periodo il numero dei candidati, che vogliono scendere in campo per manifestare la loro competenza e il loro forte senso di appartenenza alla comunità, non si sa per quale strano principio antropologico, cresce. Costoro per assicurarsi di avere il sostegno dei compaesani chiedono: “Mi po’ dare ‘na mano d’aiutu?”.

La frase nasconde un principio metodologico scientifico elettorale tipicamente siculo secondo cui l’imbarazzo dell’elettore nel dire “no” alla spiazzante richiesta, lo induce a votare il richiedente, portandolo alla vittoria.

Nel confronto tra elettori poi, è tipica la frase: “io dico a tutti sì, fallu puru tu!”, per voler indicare la propria magnanimità e generosità d’animo che induce il singolo a dare la propria disponibilità al voto a tutti i candidati senza dispiacere alcuno, salvo poi scrivere sulla scheda elettorale una bella imprecazione anch’essa in dialetto.

Pochi sono i votanti che esprimono il proprio diniego di preferenza, chiarendo che hanno il “voto già cumprimisu” cioè impegnato, oppure più semplicemente facendo cenno vagamente ad “altri ‘mpegni”. A tale “sfrontata” risposta, segue l’espressione verbale spesso ripetuta da alcuni candidati che esordiscono, spiazzando nuovamente il malcapitato elettore, con un emotivo e supplicante “picchì, iè chi t’àju fattu?”, ad esprimere con enfasi e tragicità ineluttabile il dispiacere di non essere la scelta elettorale del votante che lo ha preferito ad altri, magari avversari e relegandolo ad un secondo piano nella personale scala delle priorità elettorali.

Tra i candidati non mancano coloro che hanno già alle spalle un’esperienza politica di una o più candidature e magari come eletto nella compagine amministrativa e legislativa del comune. Politici navigati, gente cresciuta nei meandri della Prima Repubblica e che ha contribuito al grande successo della Seconda. Sono spesso i più esperti nello spacciare con maestrìa quasi artistica i diritti del cittadino per favori eccezionalmente elargiti. Chiedono: “Senti, t’arricordi quannu t’aggualavu dda cosa?”, che stimola immediatamente come una scossa elettrica i neurotrasmettitori dell’elettore (o cliente, o seguace, o postulante) ad adottare nuovamente le buone pratiche comportamentali della gente per bene nel ricambiare il favore ricevuto (sforzandosi magari invano di ricordare quel famoso favore, mai arrivato). Alla stessa tipologia appartengono quelli che posso essere definiti dei Santoni, che promettono, probabilmente con poteri magiche di “aggualare” le cose già l’11 giugno.

 

Non sono esenti dalle richieste le giovani leve della vecchia e nuova politica ai cui veterani esperti e fedeli al proprio partito dicono: “Ricorda le tradizioni, non ti scordar del passato” a rammentare che la propria famiglia ha sempre votato il partito X, il cui simbolo è diventato marcatore genetico di quel ceppo da generazioni e avvisando che una scelta voto diversa si potrebbe configurare come un tradimento della patria e dei valori sulla quale si fonda.

C’è anche l’elettore disilluso dalla politica, l’elettore stanco delle danze elettorali sull’immobilismo della società che con sprezzo afferma: “iu ‘un votu pi nuddu!”, che indica lo stato di letargia in cui è caduto, ma allo stesso tempo di nervosismo per l’esasperazione elettorale a cui è obbligato. In alcuni casi tale turbamento interiore può essere risolto con qualche offerta libera in denaro per sé o per comprare un giocattolo “a li picciriddi”, oppure tramite un sacchetto di spesa per mangiare… alla salute del generoso amico candidato che dopo le elezioni si dimenticherà di lui.

“Ma stu candidato cu l’ammutta, tizio? Di cu è purtatu?” è la frase dell’elettore titubante nell’esprimere un voto verso un dato candidato, insinuando il tarlo del dubbio sull’autonomia decisionale del candidato sotto esame. A questa frase segue di solito un giudizio sulla moralità del candidato con annessa elencazione dei fatti personali, e gossip più o meno da scoop, che coinvolgono anche la moglie, il marito, i figli e perché no, anche gli animali domestici presenti in casa.

Arrivando infine a discutere dell’articolato voto disgiunto, i candidati mettono alla prova le capacità intellettive degli elettori:

“Anchi si lu consiglieri l’ài impegnatu, almeno la X in capu lu sìnnacu ci la pò mettiri” a volere spingere l’elettore ad accontentare più di una forza politica e per la pace sociale.

In tal modo colui che chiede la scelta del voto si pone così in una condizione di privilegio agli occhi del candidato sindaco di riferimento, che ottenuta la vittoria lo considererà un essere con diritti maggiori rispetto agli altri cittadini riuscendo “furbamente” ad usufruire di eventuali corsie preferenziali nella risoluzione di problematiche amministrative.

”Barattu du voti pi mia e ci ni duni unu a lu sinnacu”, e una delle frasi meno usate, ma che indica la voglia di sedere in aula consiliare.

In ultimo seguono i consigli affettuosi e disinteressati su come adempiere al “galateo elettorale”.

Quest’ultimi sono espressi solitamente la sera prima dell’apertura dei seggi, con tipici messaggi amichevoli inviati all’elettore per convincerlo definitivamente:

“mi raccumannu dumani”, “viri chi u sacciu in quali sezioni voti”

Per finire con chi per fare salire più candidati, esordisce con: “ni ficimu li cunta, tu vota pi Caio e to mugghiere pi Tizio”

E così l’elettore povera preda non resta far altro che immolarsi per donare alla propria città, come nella giungla il capo branco più forte.

Nata a Salemi, giornalista, ha studiato scienze politiche e delle relazioni internazionali. Crede nel giornalismo d’inchiesta e a quello di strada tra la persone e per le persone. Collabora con “Belice c’è” e ha fondato una rivista sull’eterno femminino. È stata corrispondente del Giornale di Sicilia e ha collaborato con Telejato e Report. Ama la politica, la natura e andare oltre le apparenze.

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