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Diario delle mie letture, Partanna 24/08/2015

Diario delle mie letture, Partanna 24/08/2015
24 agosto
17:22 2015

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“Le anatre di Holden sanno dove andare” di Emilia Garuti (nella foto a destra la copertina del libro) è un’opera prima di una giovane scrittrice emiliana. Il libro è stato scritto quando l’autrice aveva diciotto anni ed è palesemente autobiografico, ma dire ciò è stucchevole ripetizione perché ogni libro, ogni scrittore racconta in qualche modo la sua esistenza. Trovarmi qui su due piedi ad esprimere un giudizio su di un libro che ho appena finito di leggere e che ho letto per tentare nuove strade e non sorbirmi la solita minestra è cosa alquanto difficile. Troppo facile sarebbe dire che mi è piaciuta la lettura, ma chi ama leggere come me, facilmente si fa prendere anche da libri che non sono proprio dei capolavori. Emilia scrive quasi in prima persona, è il personaggio principale del libro che racconta la sua vita di diciottenne in prima persona, in un momento cruciale della sua esistenza la fine del liceo e la scelta dell’università. Confesso che, forse per il lavoro che faccio di insegnante, sono molto attratto da storie in cui i protagonisti principali sono degli adolescenti, non a caso il libro che ho letto prima di questo romanzo, “Il dossier Rachel” di Martin Amis, racconta le vicende di un adolescente poche settimane prima di raggiungere il traguardo dell’età adulta compiendo vent’anni e di entrare nella prestigiosa università di Oxford. I problemi di Will, diminutivo di Wilhelmina, sono tipici dell’età adolescenziale, difficoltà di comprendere i genitori, gli altri e se stessa. Ha tentato il suicidio e per questa motivazione ora è costretta dai genitori a incontrare uno strizzacervelli. La freschezza del racconto però ci dice che Will è tutto all’infuori di una psicopatica, ha qualche difficoltà di comunicazione e si sente differente rispetto al mondo intero, come d’altronde ogni buon adolescente che si rispetti, ci sarà poi un incontro che cambierà le sorti della sua esistenza, ma c’era d’aspettarselo. Che dire? La storia è un po’ scontata, com’è scontata a volte la nostra esistenza, ma la scrittura mostra freschezza, poi si ispira persino nel titolo ad uno dei libri più belli che abbia mai letto J.D. Salinger, The Catcher in the Rye (Il giovane Holden). Adesso sono sicuro vorreste sapere se vale la pena di leggerlo, la risposta è si non fosse altro che sia l’autrice che la protagonista del libro decidono alla fine del liceo anziché iscriversi alle facoltà di medicina, di ingegneria o alle miriadi di indirizzi fasulli pseudo ti cambio la vita e ti faccio diventare ricco, di scegliere la facoltà di lettere: “Sono contento che nell’era dei computer, della globalizzazione, della crisi, ci sia ancora spazio nelle giovani menti e nei giovani cuori per il pessimismo di Leopardi, la malinconia di Svevo, l’amore malato dell’Orlando, il cammino di fede di Dante. Voi non costruirete cose, ma creerete mondi, vi nasconderete dietro una maschera assieme a Pirandello, visiterete città invisibili con Calvino, vi commuoverete scendendo le scale con Montale. Il mondo è pieno di ingegneri, avvocati, dottori, ma di letterati ne abbiamo veramente pochi. E non permettete a nessuno di dirvi che non è utile la vostra specializzazione, perché forse sarà vero che non produciamo niente sul piano pratico, tangibile, ma noi creiamo qualcosa che fa stare meglio le persone, noi le svaghiamo, le commuoviamo, le facciamo ridere, noi rendiamo gli esseri umani felici e consapevoli ”.

Vincenzo Piccione

 

 

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