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«Abbiamo perso l’arte della parola…» di Denise Salvo

«Abbiamo perso l’arte della parola…» di Denise Salvo
21 febbraio
18:42 2018

Qualche giorno fa mi è capitato di leggere per caso una citazione di Michelangelo da Pisa, un tale, a quanto sembra, appassionato di frasi celebri e aforismi. La frase in questione recita: “è triste un pianeta abitato da giovani le cui dita sfiorano più cellulari che volti”; inutile dire come decanti una evidente realtà ma credo sia diventato quasi ovvio condannare le nuove tecnologie e, a maggior ragione, i social come unico motivo di “perdizione” generazionale, come unica scusante per una gioventù che si trova spesso spaesata e smarrita.

Di base si commettono errori di valutazione in quanto non si può e non si deve assolutamente generalizzare poichè ci sono ancora giovani validi ed intelligenti, determinati nei loro obbiettivi, maturi per quanto riguarda le proprie idee, capaci di concepire un futuro diverso da quello prospettato loro dalle poche opportunità che la società stessa, per non dire il nostro Paese, propone. È proprio questo il nocciolo della questione, i social e la dipendenza da essi sono i sintomi di una malattia già da tempo in incubazione a cui spesso non si vuole guardare. Insomma occorre sfatare un mito facilmente sostenibile e sviscerare un circolo vizioso ben più complesso.

La prima vera domanda è perché i giovani si rifugiano dietro gli schermi dei cellulari o dei computer; la risposta può sembrare scontata e quasi stupida ma è da lì che si parte per arrivare alla vera essenza del problema. I giovani di oggi preferiscono parlare tramite uno schermo in modo da non dover sostenere lo sguardo del destinatario senza sentirne il peso, hanno dalla loro parte la forza della distanza dagli occhi di chi riceverà il loro messaggio, sentono così di essere padroni delle proprie idee senza possederle davvero, sicuri di non poter essere smentiti da un confronto difficile da affrontare.

La verità è che abbiamo perso l’ arte della parola, la capacità di leggere più di tre righe di seguito e quella preziosa dell’ ascolto che ci riporta nel mondo dell’ altro, così lontano e a noi sconosciuto. I giovani mascherano così la loro difficoltà di comunicare, l’ insicurezza che si innesca a causa di una realtà di fronte alla quale sembrano soccombere, la loro paura di mettersi in gioco, di essere se stessi mentre la società li esige forti, simili per non dire cloni, “consoni” a delle regole ciniche e talvolta spietate per cui se non si “in” si è per forza di cose “out” senza considerare le mille sfumature che ognuno di noi apporta al mondo del reale solo con l’ atto di esistere.

L’ atteggiamento verso i social da parte dei giovani fa emergere dunque un disagio ben più profondo che si annida in un cambiamento generale dei valori, nei diversi ritmi familiari che spesso non permettono, anche solo per motivi di tempo, il dialogo tra genitori e figli, nell’ incapacità di creare rapporti sociali e affettivi solidi, nella mancanza di punti di riferimento, insomma in una incertezza generale, male del nostro tempo. In questo marasma generale le nuove tecnologie fungono da protezione e sfogo di sentimenti di ogni genere. A mancare sono gli stimoli verso un cambiamento che può e deve essere agognato innanzi tutto tramite la forza delle maggiori istituzioni, tramite la famiglia, la scuola, le università: proporre nuove opportunità permetterà ai giovani di guardare finalmente oltre lo schermo verso nuovi orizzonti.

DENISE SALVO

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