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Qualità della vita nelle 110 province d’Italia: Trapani all’ultimo posto della classifica

Qualità della vita nelle 110 province d’Italia: Trapani all’ultimo posto della classifica
27 novembre
23:21 2017

Sulle principali testate giornalistiche nazionali vengono pubblicate le classifiche di ItaliaOggi e del Sole 24 Ore sulla qualità della vita nelle 110 province italiane.

La ricerca di ItaliaOggi è stata curata dal Dipartimento di Statistiche Economiche dell’Università La Sapienza di Roma, con il supporto di Cattolica Assicurazioni. Nove sono gli indicatori presi in considerazione: affari e lavoro, ambiente, criminalità, disagio sociale e personale, popolazione, servizi finanziari e scolastici, sistema salute, tempo libero, tenore di vita. Come da copione vengono premiate le province settentrionali, con in vetta la Provincia Autonoma di Bolzano, seguita dalla Provincia Autonoma di Trento e dalle province venete di Belluno e Vicenza.

Come si vede nella tabella sottostante, la provincia di Trapani si colloca su quasi tutti i settori gli ultimi posti in classifica. Su 110 province Trapani si colloca nei servizi ambientali al 106esimo posto, al 107 per il verde pubblico e offre un tenore di vita scarso, 105 posto in classifica.

Posizione del Libero Consorzio di Trapani per alcuni settori analizzati nello studio sulla Qualità della Vita, pubblicata su ItaliaOggi:

Il Sole 24 Ore ha invece realizzato l’indagine misurando ricchezza e consumi, lavoro, ambiente e servizi, demografia, giustizia-sicurezza e cultura, acquisti online, gap retributivo di genere, spesa in farmaci, consumo di suolo, anni di studio degli over 25 e indice della litigiosità nei tribunali.
Senza sorprese anche questa classifica, dove si possono osservare i primi posti, saldamente tenuti dalle province settentrionali, con in testa la veneta Belluno, seguita dalla Regione-Provincia Autonoma di Aosta e Sondrio in terza posizione.

Comune denominatore delle due classifiche, specie se comparate a quelle degli anni precedenti, è il Sud Italia e le Isole, con posizioni da fanalino di coda per il Libero Consorzio di Trapani al quale tocca l’ultimo posto, secondo ItaliaOggi. Palermo è 106esima, con Calabria e Sicilia che in generale pagano una qualità della vita insoddisfacente.
Il Sole 24 Ore posiziona invece Caserta come ultima posizione, preceduta da Taranto e Reggio Calabria.

Il quadro preoccupante che si profila dal confronto con le classifiche degli anni precedenti è quello di un sempre più accentuato divario tra Nord e Sud che non fa che aumentare.  La colpa è da attribuirsi specialmente a una mancanza di vedute politiche delle amministrazioni e della classe politica locali, che a parte poche sporadiche eccezioni è ferma nelle sue politiche assistenzialiste e immobiliste. Ma non è tutto da imputare all’ambito locale.

Il Governo centrale, di fronte al crescere del divario economico e sociale tra le due parti del Paese, non ha efficacemente attuato politiche di sviluppo e di adeguamento infrastrutturale e dei servizi, andando anzi contro tendenza e riducendo gli investimenti in questa parte del Paese dove oggi vive più di 1/3 della popolazione nazionale.

Gianfranco Viesti, docente di Economia Applicata nel dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Bari, commentando i dati relativi agli investimenti pubblici nel Mezzogiorno dichiara che al Sud sono venute a mancare negli ultimi anni tanto la spesa ordinaria in conto capitale (dimezzata rispetto ai livelli pre-crisi, più o meno come nel resto del paese), quanto la spesa della politica nazionale di coesione territoriale (quella finanziata dal Fondo sviluppo e coesione).
Da una sua analisi pubblicata sul sito Lavoce.info e dal suo commento sull’ultima relazione sui conti pubblici territoriali che include tutte le spese (correnti e in conto capitale) effettivamente realizzate, a partire dal 2000, in ogni regione italiana, da parte delle amministrazioni pubbliche e dalle imprese a controllo pubblico, leggiamo che anche se è vero che il calo di queste spese riguarda l’intero Paese, è al Sud che possiamo parlare di un vero e proprio crollo.

La politica nazionale di Sviluppo e Coesione è, in particolare dal 2014, ai minimi storici: circa 1,5 miliardi di euro all’anno, fra 1/4 e 1/3 dei livelli medi precedenti. In teoria sarebbero disponibili 54,8 miliardi di euro per il 2014-20: cioè 6,3 miliardi all’anno (80% del totale) al Sud e le Isole. Le necessità di manutenzione e sviluppo del carente capitale pubblico nel Mezzogiorno ricadono quindi in misura spropositata sui soli fondi strutturali europei, che svolgono perciò un ruolo solo parzialmente compensativo (e caratterizzato da ritardi e vincoli procedurali).

Collocando queste politiche in una prospettiva storica sul lungo termine, riprendendo un’elaborazione contenuta nella relazione, si può notare che la spesa per interventi nazionali finalizzati allo sviluppo del Mezzogiorno, che si aggirava intorno allo 0,85% del PIL italiano negli anni Settanta, è progressivamente scesa fino al 0,15% del PIL del 2011-2015.
Il docente universitario commenta che l’evidente “compressione degli investimenti pubblici nel Mezzogiorno, rappresenta una scelta di politica economica decisamente preoccupante per il futuro del Paese, e in particolare delle sue aree più deboli”. Sempre sullo stesso sito di può visionare anche un’analisi specifica sulle infrastrutture. Dal 1992 gli investimenti in infrastrutture nel Sud sono stati sempre più diminuiti, compresi quelli per interventi di tipo sociale, come la costruzione di scuole e ospedali.
Il processo che ha portato all’impoverimento della dotazione infrastrutturale del Sud è incominciato da molto tempo, ma l’attenzione dei media e del dibattito politico si è concentrata a lungo sulle grandi opere. Poca attenzione è stata invece dedicata al deterioramento delle infrastrutture di base, quali strade, reti ferroviarie, scuole, ospedali. Basta dire che oggi al Sud circolano meno treni regionali che nella sola Lombardia (rapporto Pendolaria 2015, Legambiente), con un’età media dei convogli nettamente superiore a quella del Nord (20,4 anni contro 16,6) e che Calabria, Sicilia e Sardegna sono le regioni con la peggiore qualità degli edifici scolastici.

Per capire l’entità del divario che il governo nazionale contribuisce ad allargare, tra Sblocca Italia (2014) e Legge di Stabilità sono stati destinati quasi 5 miliardi di euro per le ferrovie (4.859 milioni), con questa ripartizione territoriale: 4.799 da Firenze in su e 60 milioni a Sud di Firenze. Il rapporto è 98,8% a 1,2%. Meno del 33% che rappresenta in rapporto all’Italia la popolazione delle otto regioni del Sud; meno del 40% della superficie del territorio; è persino meno del 24% di tasse nazionali che versano i contribuenti meridionali, i quali contribuiscono per quasi 1/4 alla cassa comune e sono considerati poco più di 1/100 quando l’obiettivo è ammodernare le ferrovie o realizzarne di nuove, specialmente al Sud dove l’assenza di infrastrutture ferroviarie è a livelli quasi impensabili per un paese come l’Italia, membro del G7.

Gli investimenti in opere pubbliche in Italia

 

Classifica finale ItaliaOggi

 

Prima e ultima provincia messe a confronto. Fonte ItaliaOggi

 

 

 

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Laureato in Scienze Storiche a Roma, prosegue i suoi studi a Milano focalizzandosi sul Medioevo siciliano e mediterraneo. Curioso ed estroverso, amante dei libri e appassionato d’informatica, ha concretizzato la sua passione per i viaggi e le lingue collaborando con Rome2rio, azienda australiana specializzata nella pianificazione di viaggi. Adora ascoltare musica in lingua siciliana e suona il sax-alto.

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