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Il terremoto vissuto da chi è nato dopo, quelli del “paese nuovo”. Il racconto di Silvia

Il terremoto vissuto da chi è nato dopo, quelli del “paese nuovo”. Il racconto di Silvia
16 gennaio
12:09 2018

Riportiamo integralmente il testo scritto da Silvia Di Giovanna, giovane cittadina di Montevago studentessa di Storia Antica presso l’Università degli Studi di Pisa, con il talento per la scrittura e tanto amore per la propria terra.

“Io sono nata nel 1995, per la precisione 27 anni, 6 mesi e 13 giorni dopo il 15 Gennaio del 1968.
La mia mamma invece, da questa data, è nata 6 mesi e una settimana dopo.
Per tanti che mi leggono qui, questa è solo una data. Per altri invece è LA data. È una data così fatidica da costituire un «Anno Zero» per il mio paese, Montevago, e per tutta la Valle del Belìce.

Io sono nata esattamente due generazioni dopo, perché la mia mamma durante il terremoto ancora non c’era e neanche io c’ero.
Io faccio parte di quelli del «paese nuovo», mia mamma invece ha passato l’infanzia nelle baracche, quelle fatte di Eternit che allora non faceva male, perché non si sapeva invece il male che faceva.
Tutti gli altri prima di noi, invece, appartengono un po’, ancora e per sempre, al «paese vecchio».

Io ho sempre avuto un debole per le storie e ancor prima di avere in mano carta e penna, seduta davanti a una stufa a legna, in mezzo a bucce di mandarini, avvolta in una pesante coperta a quadri, ho ascoltato per anni le storie dei miei nonni.
Come una saga, le ho appese ai muri della mia memoria, ordinandole per colore.
Non mi sono mai annoiata ad ascoltarle (e spesso poi a raccontarle) perché la nonna me le ha sempre narrate con quel pizzico di umorismo, come se fossero barzellette.
È così che ho conosciuto il nonno Vincenzo, che aveva un bellissimo mantello scuro e pesante, la nonna Giovanna che era l’ultima di undici figli tutti partiti per l’America, nati e morti senza mai conoscersi .

Gli stessi nonni che a me portavano i dolci dentro le scarpe il giorno dei morti, quelli che salivo a salutare nelle immagini incorniciate nel salone di casa della nonna. Ogni volta mi sbellicavo dalle risate nel sentire di quella volta che, nel cortile, la zia Maria si era presa un brutto spavento a causa di una lucertola o di come lo zio Gilormo – quell’allegro vecchietto che ogni volta che mi vedeva sempre esclamava «E la vita continua!»- era tornato dalla guerra. O ancora di come lo zio Salvatore si sentiva arrivare la sera, cantando «24mila baci», perché aveva paura di girare la “cantunera” da solo. Quella “cantunera” che in mente mia conoscevo bene, perché era vicino la “birvatura”, quell’altra però. Poi la nonna mi raccontava di quella volta che il nonno, aggiustando il rimorchio insieme allo zio, si era rotto la gamba, dopo solo un mese dal matrimonio e lui eccolo lì, che iniziava a borbottare.

E io lo sapevo che prima o poi sarebbero arrivate le storie quelle là, quelle del terremoto.
Quelle di «Era domenica, stavamo facendo il sugo…» ed ecco che una prima scossa ci mise in allarme, e lo zio Nino era piccino, e la nonna aspettava la mamma e allora andiamo tutti in campagna che qui viene il terremoto. Le storie della neve candida e gennaio, di quella scossa forte, di notte, di nonno che va a convincere zio che guarda che non è che perché è venuta una scossa forte poi non ne arrivano più eh! E infatti nonna è tranquilla – si fa per dire – e al sicuro, mentre nonno con zio sono andati a prendere una vecchia zia centenaria, che poverina da casa sola non poteva uscire. Però nel frattempo viene la scossa, quella ancora più forte, e le luci si spengono e si alza solo la polvere. E nonno non c’è, dov’è? Boh, non si sa. Ma vai a capire in mezzo a quella confusione, dove non ci sono più le strade di sempre, le case di sempre, la gente di sempre.

Poi lo zio si avvia per la strada, incontra qualcuno e glielo chiede se nonno è vivo. È vivo, è vivo! Ora torna.
E c’è la storia del cugino di nonno, quello dottore, che era rientrato in casa per prendere un cappotto al padre uscito con solo una coperta e niente, non è più tornato. O la storia della nipote di nonna, sua figlioccia, quella brava brava a scuola e con le trecce lunghe, rimasta sull’uscio di casa e anche un po’ della vita, non avendo fatto in tempo ad uscire ma neanche a vivere. O ancora di padre Vito, che si ruppe una gamba tentando di recuperare la mazza da cerimonia da sotto le macerie della chiesa madre.

Nonno quasi mai le racconta ‘ste storie, nonostante di solito non è poi così restio a raccontare. Perché dove una volta c’era casa sua, che era accanto al convento delle suore – dove ora c’è il campo sportivo – c’hanno messo una schiera infinita di bare e a lui, che conosce tutti, l’hanno chiamato ad aiutare: questo è l’amico, questo il parente, questo il figlio del vicino. E a lui come agli altri, dopo una vita di lavorare, non è rimasto più niente.

La casa dove abitavano era in affitto ma la mobilia l’avevano appena finita di pagare. Nella casa dove dovevano andare ad abitare, mancavano solo i pavimenti e le porte e neanche una “cammiale” da pagare. Nella cucina di quella casa ora ci stanno le balle di fieno, nella stanzetta di mamma invece dieci galline. Un’altra è piena di legna da ardere, in un’altra le cavalline.

L’album con le foto del loro matrimonio che ho sfogliato mille volte, quello dove sono tutti un poco seriosi ma anche contenti, dove si vede quella chiesa bellissima dall’interno, ad esempio è tornato dopo tanti anni, ritrovato tra i detriti da turisti che se lo erano portati a Castelvetrano, titubanti nello scoprire se quei volti giovani e pieni di speranza erano rimasti vivi oppure no.

Alla fine, da quel gran polverone, nonno è tornato e son partiti alla volta di Rozzano. Non prima però di un po’ di tempo in tenda dove zio Nino, tre anni appena e più ricci che capricci, ha preteso che gli si cucinasse la pastina come la voleva lui, su un fornellino preso in prestito da un soldato che era lì per aiutare.

A Milano, nel frattempo, tra vasi da notte, nebbia e cioccolate troppo calde, il pancione di nonna è cresciuto, l’inverno è passato e tutti insieme è giunta l’ora di far nascere questa bambina, che è la mia mamma, a casa in Sicilia.
Nel frattempo la zia Antonia, giovane e bella, ha conosciuto un avvenente carabiniere giunto da Padova, lo zio Antonio, e in mezzo a quelle macerie si sono sposati.

Poi ci sono altre storie, quelle delle baracche. Quelle che raccontano di quando c’era il «campo di lu parrino», vicino casa della nonna Maria, seduta sulla sedia sdraio rossa, che imbeccava i nipoti che andavano lì solo per far pipì; di mamma e zia Giovanna che rimangono chiuse in uno stanzino e diventano entrambe claustrofobiche; di zio Nino che sotto una carrubba inveisce per vedere se veramente spuntava quel vecchio con la barba lunga lunga che si prende i bambini che dicono le parolacce.

Quella più strana racconta di una baracca piena di statue di santi mutilate: a taluni mancano le mani, ad altre addirittura le teste. Ma questa la scrivo e ve la racconto un’altra volta…

Vedete, terremotati si nasce…

Ci sono nati i miei nonni e non sapevano di esserlo finché non lo sono stati, c’è nata mia mamma e lo sapeva già ancor prima di nascere, ci sono nata io e l’ho saputo perché me lo hanno detto.

E di queste storie ce n’è una per ogni nipotino che ha ascoltato e le racconterà, per ogni via che ieri c’era e domani forse ci ri-sarà.

Perché il mio paese è fatto di case vissute e di macerie che continuano a vivere, quando ci andiamo noi e tra le strade sterrate ci impariamo a guidare, quando la domenica, dove prima c’era casa di mio nonno, ci andiamo a tifare la squadra che disputa la finale e come sempre gli ultimi 5 minuti si fa fregare, quando con gli amici ti vedi e lo sai dove andare: la villa di lu chiuppu, che è lì, immobile e immane, come sempre, tra crepe e l’erba alta, ad aspettare.
E nonostante i morti, il dolore, l’amianto e nuove altre vittime ancora, le speculazioni edilizie, la mafia, lo Stato, la cattiva politica, i fondi perduti e una ricostruzione che a volte sembra casuale, terremotati si nasce e non c’è nulla da fare.

Anzi no, c’è da costruire, pensare, guardarci negli occhi e continuare a raccontare, non smettendo di avere il coraggio di andare avanti e sperare.

Nota al testo: i miei nonni sono stati ben felici di autorizzarmi a condividere i loro ricordi e le loro storie e ho preferito farlo riportando il più possibile il sentimento con cui mi son state trasmesse: come storie per una bambina. Non vi sono solo le storie di quella drammatica notte, ma anche di quelle prima e di quelle dopo, perché prima c’erano dei montevaghesi con le loro storie e ora ci sono giovani montevaghesi con le loro di storie e tutte convogliano verso un unico centro.
Montevago e le sue storie appartengono a tutti, Montevago è passato, presente e futuro”.

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