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Per un mondo migliore: la testimonianza del missionario castelvetranese Giovanni Parrino

Per un mondo migliore: la testimonianza del missionario castelvetranese Giovanni Parrino
16 febbraio
10:54 2013

Di Attilio Frazzetta

La vita è un continuo susseguirsi di scelte, alcune sono poco influenti, altre invece hanno il  potere di segnare il destino di un uomo. La persona che oggi mi ha gentilmente raccontato la sua esperienza, ha compiuto una scelta di vita affascinante, controcorrente, ma anche rischiosa e difficile.

Sto parlando di Giovanni Parrino, un giovane siciliano volontario in Africa nella Repubblica di Gibuti, che ha completamente stravolto la sua vita con la sua scelta: dopo aver conseguito con ottimi risultati un diploma di laurea in Economia e Scienze Finanziarie all’Università di Palermo, ha deciso di lasciare la sua vita da “occidentale” per misurarsi con una realtà lontanissima e osservare da vicino la difficile situazione di ogni giorno in uno Stato africano, realizzando così il suo sogno di sempre.

Nella seguente intervista, effettuata tramite Skype, Giovanni spiega il motivo che lo ha spinto a tale radicale cambiamento esistenziale e ci racconta la realtà che affronta da ormai due anni di volontariato; ci racconterà inoltre lo stile di vita dei bambini di Gibuti, le analogie e le differenze con il nord del mondo, le ingiustizie, il sistema politico, la mentalità e tutto quello che ha visto con i suoi occhi durante il suo lavoro in Africa.

Giovanni, innanzitutto grazie per la tua disponibilità. La prima domanda è inevitabile: cosa ti ha spinto a cambiare completamente vita?
Aiutare il prossimo è una cosa che ho sempre desiderato fare, un sogno che avevo fin da piccolo, una cosa innata. Subito dopo l’Università sono partito per tre mesi in Burundi insieme a un ragazzo di Sciacca, tutto autofinanziato, ho investito tutti i miei risparmi, poi sono tornato in Sicilia dove sono rimasto per circa un anno per problemi familiari. Successivamente ho letto il bando per il servizio civile internazionale e ho scelto Gibuti come meta; dopo aver fatto e superato le selezioni a Roma sono partito come volontario “casco bianco” sostenuto dallo Stato italiano per un anno. Successivamente il Vescovo mi ha chiesto di rimanere altri sei mesi, e poi altri sei… Ed eccomi ancora qui.

Perché proprio Gibuti?
Diciamo che oltre ad avere un amore innato per l’Africa da sempre, tra le destinazioni possibili Gibuti era quella con il progetto più affascinante (un centro d’accoglienza per bambini di strada), nonostante si trovi nel Corno d’Africa, a confine con Etiopia, Eritrea e Somalia, dove c’è in corso una guerra sanguinosa.

Di cosa ti occupi nello specifico?
Attualmente io sono “Project Manager”, responsabile dei progetti di “Caritas Djibouti”, cioè mi occupo sia della creazione, proposizione di nuovi progetti, sia dell’attuazione, del controllo e della valutazione degli stessi e delle domande che ci arrivano a livello locale. Inoltre gestisco anche le relazioni con i donatori, ovvero fornisco i rapporti descrittivo – finanziari a coloro che ci fanno giungere il loro aiuto: in sostanza garantisco la trasparenza del nostro operato e spiego nel dettaglio come vengono impiegati i soldi ricevuti. Infine, sono altresì responsabile delle relazioni con le altre Organizzazioni Internazionali, con le Agenzie ONU e con i rappresentanti del Governo partecipando sovente agli incontri di Coordinamento, studio e analisi del Territorio, condivisione e pianificazione di nuovi programmi di sviluppo.

 Sei laureato in Economia e Scienze Finanziarie, ma quanto ti è servito questo titolo per il tuo lavoro?
Innanzitutto desidero premettere che per venire in Africa, in questo caso in uno dei  Paesi con la temperatura media più alta del mondo, affrontando tutto ciò che ne consegue (lasciare la famiglia, gli amici, il proprio comfort, le abitudini ecc..) quello che conta prima di ogni cosa e più di ogni cosa è avere “un buon cuore”, avere le qualità umane necessarie per restare qui, anche se infine quasi tutti quelli che vengono e che poi ripartono si dice soffrano del così detto “Mal d’Africa”. Personalmente la Laurea a me è servita in parte per il ruolo manageriale che ricopro ma molte altre lauree in Africa possono servire, però se si ha la giusta predisposizione d’animo è sufficiente anche la quinta elementare, o forse neanche quella.

Come descriveresti Gibuti a livello politico, sociale e ambientale?
È una Repubblica Presidenziale. Il presidente attuale è stato rieletto per la terza volta, anche se in realtà è vietato dalla Costituzione, grazie ad una legge ad hoc. Gibuti, trovandosi nel Corno d’Africa, è un posto militare strategico infatti la presenza militare è fortissima. Essendo una ex colonia francese, sono proprio i transalpini ad essere in gran numero ma non mancano neanche gli eserciti di altre grandi potenze mondiali. La Repubblica di  Gibuti è uno Stato piuttosto piccolo, 818.000 abitanti e una superficie grande più o meno come la nostra Lombardia. Lo Stato di per se è ricco grazie soprattutto al porto in cui si commercia di tutto e che è l’unico canale per l’Etiopia (73 milioni di abitanti). A livello ambientale è uno stato semi-desertico: non ci sono acque in superficie, né fiumi né laghi, e l’acqua del sottosuolo è poca e spesso inquinata dalla presenza dei minerali; la conseguenza diretta è un’agricoltura sottosviluppata, e la prevalenza della pastorizia. Il clima è tremendo, è uno degli stati con la temperatura media più alta al mondo, non c’è quasi differenza tra giorno e notte e tra le stagioni, il caldo è assiduo ed è uno dei principali responsabili della siccità cronica che affligge Gibuti. A livello socio-culturale, il Paese è influenzato intensamente dalla cultura musulmana, la situazione della donna è fra le più critiche del mondo intero, si registrano ancora percentuali elevatissime di mutilazione degli organi genitali femminili (87 % della popolazione) e spesso le donne considerate generalmente inferiori, sono obbligate alla massima ubbidienza e fare cose non volute o i lavori più pesanti.

Perché questa differenza tra la capitale e i territori intorno?
La capitale è abbastanza sviluppata, si trova di tutto: il porto, le banche, il commercio, diciamo che il settore terziario è abbastanza presente. I territori che la circondano invece possono essere identificati come zone rurali, non c’è acqua nei villaggi ma solo nei centri più grandi (le province), non c’è elettricità, la vita risulta difficile e piena di stenti. Purtroppo la mia idea è che manca la volontà migliorare la situazione, ho quasi la sensazione che si voglia mantenere lo stato attuale delle cose.

Puoi spiegare meglio questo concetto? A cosa ti riferisci in particolare?
Alla corruzione dilagante che c’è a Gibuti! Le potenze occidentali sfruttano questa terra in modo sia diretto che indiretto, si trovano degli accordi con i governi locali per trarre dei vantaggi. Faccio un esempio: quando le potenze occidentali si trovano di fronte a delle chiusure, allora scatenano le cosiddette “guerre civili” o “internazionali” che in realtà sono guerre per il petrolio o per altri interessi economici, penso alla Libia, all’Afganistan, alla Siria, all’Iraq, ecc…

Secondo te si può uscire da questa situazione così difficile?
Per rendere l’idea cito il caso di Thomas Sankara, ex presidente del Burkina Faso che ha operato una netta chiusura verso l’occidente, vivendo a fianco del popolo, mettendosi al pari della gente: è stato ucciso perché risultava un personaggio scomodo  per molti. Quindi è difficile, non lo nascondo, ma si potrebbe fare qualcosa partendo dal basso, costruendo le scuole, gli ospedali, staccandosi un po’ da quel che è marcio, cercando di contrastare il male col bene, come si può, meglio che si può. Gibuti potrebbe e dovrebbe essere molto più ricca dell’Italia, ma chiaramente c’è una pessima e scorretta equi-distribuzione dei redditi e delle risorse, così in città puoi vedere le paradisiache e immense ville con enormi piscine e spropositato lusso e a poche centinaia di metri le squallide, povere, poverissime baraccopoli dove basta un niente (a volte una semplice infezione) per morire. Perché tutto ha un prezzo, ma non tutti possono comprare.

Tu lavori in un centro di accoglienza: lo puoi descrivere
Certamente. Nel nostro centro accogliamo circa 160 bambini di strada con una presenza quotidiana di circa 80 bambini, cerchiamo di accoglierli, di farli sentire a casa, dargli affetto, assistenza sanitaria, offriamo del cibo, e facciamo fare delle attività quali lo sport, cineforum e varie attività manuali. I bambini che accogliamo vanno dai 5 ai 17 anni, e in generale hanno vite complicatissime, alcuni sono piccoli ladruncoli, sniffano la colla, molte bambine si prostituiscono in strada, altri fanno lavoretti ma la situazione è terribile. Io provo da due anni mi batto contro tutto questo e cerco di fare pressione per salvare più bambini possibili dalla strada anche se la situazione rimane purtroppo molto critica.

Ti senti felice?
Assolutamente si! Ho sempre desiderato vivere al servizio degli altri, amo la cooperazione, cerco sempre di svolgere il mio lavoro nel miglior modo possibile, cerco di migliorarmi. Questo posto è meraviglioso, i colori sono più vivi, c’è un fortissimo senso di esistenza, quando sono in Italia mi sembra tutto “grigio”, artificiale, schematico. Ho maturato la consapevolezza dentro di me che la gioia, la felicità, scaturiscano dall’amore verso gli altri, io ricevo dai bambini più di quanto do io a loro. Sono qui, sento che è giusto e non vorrei essere in nessun altro posto al mondo.

E hai mai pensato a farti una famiglia? Pensi di rimanere in Africa o di tornare prima o poi?
Il mio obiettivo, ad oggi, è quello di rimanere in Africa, non so se a Gibuti o meno, ma la mia vita è questa, sono dentro al mio “sogno”. Ovviamente penso al futuro, alla possibilità di creare una famiglia, a dei figli, ma sono certo che non rinuncerò mai al mio sogno a quello che mi ha portato qui e che sperò mi farà restare sempre al “servizio” degli altri. Sono del parere che la donna ideale che mi accompagnerà nel cammino dovrà portare in serbo sogni, valori e aspirazioni di vita simili ai miei; condividere. Quindi non saranno i miei spazi, dovranno diventare i nostri spazi, coltivare gli stessi interessi, vivere sinceramente e con amore profondo l’uno insieme all’altra ma sempre per i più bisognosi. Amare il prossimo e condividere, per la giustizia, una vita migliore, per un mondo migliore.

Poco da aggiungere: un uomo che ha deciso di dedicare la propria vita al servizio degli altri senza chiedere nulla in cambio. Un’anima buona in un mondo sempre più sporco.

Attilio Frazzetta

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