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Post sisma ’68: «Una pagina sciagurata», le parole del Vescovo Mogavero nell’omelia di Montevago

Post sisma ’68: «Una pagina sciagurata», le parole del Vescovo Mogavero nell’omelia di Montevago
15 gennaio
14:58 2018

Parole semplici ma forti quelle proferite dal Vescovo Mogavero durante l’omelia nella  celebrazione eucaristica per                il              50° anniversario               del         terremoto          del         ’68. Tante le persone che hanno partecipato alla solenne messa, celebrata tra i ruderi di Montevago, in una piazza fredda che ha fatto comprendere ancora di più la tragicità di quella notte tra il 14 e il 15 gennaio. Alla celebrazione alla quale è seguita la fiaccolata hanno presenziato anche dai vescovi di Agrigento, Trapani, Monreale e dall’Eparca di Piana degli Albanesi, alla presenza di centinaia di fedeli e di tutti i sindaci dei comuni del Belice.

Il vescovo di Mazara del Vallo Domenico Mogavero ha definito le vicende legate al terremoto che cinquant’anni fa devastò la Valle del Belice, “Una pagina sciagurata e infame della storia d’Italia. Per la provvidenziale mancanza di recenti episodi simili, il Belice diventò, purtroppo, un terreno di sperimentazione e la nostra gente pagò sulla propria pelle l’imperizia negli interventi, la megalomania di taluni attori e l’immancabile malaffare collaterale”. Di seguito parte dell’Omelia:

 

“Abbiamo accolto in religioso ascolto la Parola di Dio proclamata in questo giorno del Signore, memoria settimanale della passione, morte e risurrezione del Signore Gesù. Ma il nostro ascolto deve tradursi in risposta, chiara e credibile. Abbiamo vissuto una giornata di pellegrinaggio nella nostra Valle del Belice, a suo tempo devastata anche nel nome e perciò nella sua identità. Abbiamo percorso tappe segnate dalle cicatrici di quanto accaduto e dal ricordo dolente di quanti senza loro colpa hanno incontrato la morte sotto le macerie. Abbiamo rivolto un pensiero mesto a quanti hanno dovuto lasciare questa Valle che non offriva più speranza di futuro e che in questo momento consideriamo idealmente presenti a questa celebrazione. Sono state tante le emozioni e tante le immagini e le sensazioni che hanno affollato menti e cuori. Tutto converge in questa liturgia eucaristica che ci domanda una risposta di senso e l’individuazione di impegni che vadano oltre l’epidermico coinvolgimento commemorativo. Una memoria che non si incarna nel presente e non si apre al futuro si snerva e si disfa come «la neve al sol si disigilla» (DANTE, Paradiso, XXXIII, 64).

Il Vangelo di Giovanni (1,35-42) ci ha raccontato la vocazione dei primi discepoli, inserendola nel contesto della vita quotidiana. Colpisce il fascino che ha attratto verso Gesù quei due discepoli del Battista. Nello stesso tempo forse ci meraviglia la domanda del Signore apparentemente infastidita e un po’ intrigante: «Che cosa cercate?»…

…lasciamoci interrogare dal tremendo evento di quella notte tra il 14 e il 15 gennaio 1968 e delle settimane seguenti e chiediamoci, dopo 50 anni, cosa continua a dirci quel terremoto, fenomeno geofisico ma anche esistenziale, e perché e come esso continui a condizionare la vita degli abitanti di questa Valle e il suo volto allora deturpato e che mostra ancora oggi ferite non rimarginate. Tutti sapevano che la Valle del Belice era ad alto rischio sismico, ma nessuno prevedeva che il terremoto accadesse davvero e sconvolgesse terribilmente un territorio impreparato a subirne l’impatto. L’evento di quel gennaio 1968 registrò dei primati, tragici e ingloriosi, che lo segnano come una pagina sciagurata e infame della storia d’Italia e lo consegnano ancora oggi a un’attualità che continua a sfuggire alle proprie responsabilità. Tra le cose che dobbiamo dimenticare accenno solo all’improvvisazione e alle lentezze nei soccorsi, al difetto delle comunicazioni, ai ritardi nelle risposte della politica, alla frammentazione degli interventi per la ricostruzione, alla mancata concertazione tra le istituzioni nazionali e locali e le improrogabili esigenze della popolazione. Per la provvidenziale mancanza di recenti episodi simili, il Belice diventò, purtroppo, un terreno di sperimentazione e la nostra gente pagò sulla propria pelle l’imperizia negli interventi, la megalomania di taluni attori e l’immancabile malaffare collaterale. Certamente, nell’emergenza l’abnegazione e lo spirito di sacrificio dei soccorritori e dei pastori delle comunità (ricordo per tutti don Antonio Riboldi, recentemente scomparso) sopperì alle lacune dell’apparato, anche se l’inesperienza e l’incapacità degli organi dello Stato fu pesante soprattutto nel dopo terremoto. Infatti, i rallentamenti nel progettare e finanziare la ricostruzione dilatarono oltre misura la realizzazione degli interventi, ancora peraltro incompiuti soprattutto nelle prospettive di sviluppo della Valle, mettendo a dura prova la pazienza di quanti rimasero a lungo in condizioni di vita indegne. La distruzione dei paesi e lo sconvolgimento dei territori furono accompagnati anche dall’affievolirsi della speranza, concretizzatosi nell’incoraggiata e inesorabile emigrazione, soprattutto delle giovani generazioni, costrette a cercare altrove luoghi e opportunità per costruirsi un futuro non precario.

In questa occasione con la grave responsabilità di pastore mi faccio voce dei miei fratelli vescovi per unirci a quella di quanti ieri e oggi hanno preso l’impegno di esprimere nei fatti amore per questa martoriata Valle, che vuole e deve rinascere. E in questo mi appoggio alle parole di un testimone non di parte autorevole e santo, Giovanni Paolo II, che nell’omelia del 20 novembre 1982, in occasione della sua visita in questa nostra terra, manifestò chiaramente e puntualmente il proprio pensiero sulla situazione come si presentava 14 anni dopo il terremoto. Per prima cosa, dopo aver sollecitato un’accelerazione nei tempi della ricostruzione, chiese vigorosamente di operare per un «rilancio economico e sociale» del territorio «per affrettare i tempi della ripresa, favorendo il completamento dei piani edilizi e il rilancio economico e sociale di questa terra del Belice».

Inascoltate parole pronunciate con piglio profetico…

…Conoscendo la nostra inclinazione al pessimismo e allo sconforto, il Papa esortò alla fiducia, non con un vago e retorico avvertimento, ma facendo appello alle risorse proprie della nostra gente: «dico a voi: abbiate fiducia soprattutto in voi stessi! Questi anni di traversie non vi hanno portato soltanto privazioni e sofferenze; essi hanno anche rivelato in voi insospettabili riserve di abnegazione e di coraggio, meravigliose risorse di inventiva e di generosità, commoventi slanci di altruismo e di solidarietà. Voi avete dunque ragione di far conto sulle vostre energie per l’impegno di ricostruzione, da cui dipende il vostro futuro». Non poteva, certamente, mancare il richiamo alle disfunzioni registrate nei progetti di ricostruzione e alle responsabilità connesse. Il Papa le denuncia e fa appello al senso di responsabilità di quanti sono a vario titolo coinvolti: «Non tutto purtroppo, in questa materia, si è svolto con la necessaria limpidezza, ed è noto che in tali carenze sono state ravvisate da molte parti le ragioni di lentezze e di inadempienze nell’opera di ricostruzione. È doveroso, pertanto, fare appello al senso di responsabilità di politici, amministratori, appaltatori»

 Ci domandiamo: adesso, a che punto siamo e quali prospettive ci si aprono? Gli amministratori locali devono continuare a fare la loro opera di informazione e di richiesta per chiudere finalmente, dopo 50 anni, il capitolo della ricostruzione. Ma questa, come si è visto, non è sufficiente. Infatti, manca a tutt’oggi una saggia e adeguata politica di sviluppo del territorio che ha determinato una situazione paradossale in quanto alla riedificazione materiale non si è accompagnata una piattaforma di programmazione, di risorse e di infrastrutture che miri alla valorizzazione dell’ambiente e soprattutto offra prospettive di lavoro e di benessere. Le case sono state ricostruite, ma molte sono disabitate perché molti frattanto sono emigrati. Non si è pensato al rilancio dell’agricoltura, risorsa straordinaria di questa Valle, attraverso una modernizzazione della stessa e una specializzazione delle colture tipiche, salvaguardando nello stesso tempo l’ambiente.

Si potrebbe promuovere l’artigianato, mantenendo in vita un capitale di tradizioni che costituiscono un indiscutibile patrimonio immateriale di questa terra. Se, poi, si considera che il potenziamento di questi due comparti sarebbe sicuramente un volano efficacissimo per un turismo culturale che si rivolge sempre più verso esperienze che valorizzano la terra e il biologico, si può avere un’idea di quanto potrebbe cambiare il volto e la sorte delle nostre campagne e delle nostre cittadine. Ci vuole poco a comprendere che occorre mettere mano a una strategia coraggiosa e innovativa che inverta l’andamento delle cose e che ricerchi e investa risorse finalizzate a finanziare programmi pluriennali che esaltino la vocazione di questa nostra Valle. E questo deve essere l’esito conclusivo e corale di questa giornata commemorativa che approdi verso una mobilitazione ideale e reale, che nei primi anni del dopo terremoto costituì la vera pressione e forza morale dei protagonisti del tempo.

E chiudo con l’invocazione, forte e commossa ma intrisa di speranza, di San Giovanni Paolo II nell’omelia di quel 20 novembre: «Con l’aiuto del Signore possa questa vostra terra, carissimi fratelli e sorelle, insieme con l’intera isola di Sicilia restare salda nella professione della fede […]. Se il Signore “dimorerà in mezzo a te”, terra di Sicilia che emergi dal mare più ricca di storia, e nei secoli sei stata un crocevia di popoli, potrai svolgere anche nel futuro un ruolo provvidenziale di raccordo tra l’Oriente e l’Occidente, e favorire l’incontro tra civiltà diverse, su tutte riverberando la luce portata agli uomini dal Cristo, Figlio di Dio e Figlio di Maria. Sì, il Signore “dimorerà in mezzo a te”. Non dimenticarlo! Sta qui il segreto dei tuoi futuri destini”

 

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