PartannaLive.it


Il terremoto del Belìce e la memoria delle nuove generazioni

03 Novembre
20:00 2024
Condividi

di Antonino M. La Commare

Il terremoto del 15 gennaio 1968 ha segnato in modo indelebile la storia della Valle del Belìce, trasformando per sempre il volto dei suoi paesi e la vita delle comunità locali. A distanza di oltre cinquant’anni, il sisma continua a vivere nel racconto di chi ha vissuto quel dramma in prima persona, ma anche nella memoria delle nuove generazioni, nate nel cosiddetto “paese nuovo”. È il caso di Silvia Di Giovanna, giovane studentessa di Montevago, che attraverso il racconto familiare e l’ascolto delle testimonianze dirette ha dato voce a una memoria collettiva destinata a non spegnersi.

Silvia, nata nel 1995, appartiene a quella generazione che il terremoto non l’ha vissuto direttamente, ma che ne porta ancora i segni nella quotidianità e nel tessuto urbano del proprio paese. Cresciuta con i racconti dei nonni, ha ricostruito le vicende della sua famiglia e della comunità montevaghese attraverso le storie tramandate oralmente, in cui il sisma rappresenta un punto di rottura definitivo, un “Anno Zero” per l’intera Valle del Belìce.

I suoi nonni vissero il terremoto tra la paura, la perdita e la necessità di ricostruire. Le baracche di Eternit, simbolo della precarietà post-sisma, furono per anni le uniche abitazioni disponibili per molte famiglie. Il racconto di Silvia si snoda tra ricordi di una Montevago che non esiste più e di un paese ricostruito, nato con una nuova identità ma ancora legato alle sue radici perdute.

Attraverso gli aneddoti tramandati dalla sua famiglia, emergono i dettagli di quella notte drammatica: la scossa improvvisa che costrinse gli abitanti a fuggire, le case crollate, il senso di smarrimento tra le macerie. La nonna di Silvia racconta di parenti e amici dispersi, della paura di non rivedere i propri cari e della necessità di abbandonare tutto per cercare rifugio altrove. Dopo il sisma, molti montevaghesi partirono per il Nord Italia, trovando accoglienza in città come Milano e Rozzano, dove nacquero nuove comunità di emigrati belicini.

Il racconto di Silvia non è solo una cronaca del passato, ma anche una riflessione sul presente e sul futuro. La ricostruzione, avvenuta tra speculazioni edilizie, ritardi burocratici e interventi incompleti, non ha mai cancellato del tutto il senso di perdita che ancora oggi permea le nuove generazioni. Il “paese nuovo” è una realtà fatta di strade moderne e architetture anonime, ma la memoria del “paese vecchio” continua a vivere nel ricordo collettivo e nella toponomastica popolare, che mantiene vive le tracce di un passato mai dimenticato.

La testimonianza di Silvia si inserisce in un più ampio dibattito sulla conservazione della memoria storica della Valle del Belìce. Iniziative come musei diffusi, archivi digitali e progetti di recupero delle testimonianze orali stanno cercando di mantenere viva la consapevolezza di ciò che è accaduto, affinché le nuove generazioni possano comprendere l’impatto del terremoto e il significato della ricostruzione.

A Montevago, come negli altri centri colpiti, il sisma del 1968 non è solo un evento del passato, ma una ferita ancora aperta che continua a modellare l’identità della comunità. Attraverso il racconto di chi è nato dopo, come Silvia, questa memoria collettiva può essere tramandata e trasformata in una consapevolezza utile per il futuro, affinché le generazioni successive possano costruire su basi più solide, senza dimenticare da dove vengono.

About Author

Redazione2

Redazione2

Articoli correlati

Seguici su Facebook

Il cittadino Segnala

Gli amici dell’AVIS Partanna:

ARCHIVIO DELLE NOTIZIE